Stupidity

Stupidity
Nelle infinite battaglie dell’uomo (contro il razzismo, il sessismo, la discriminazione in genere e l’ingiustizia) c’è un unico grande avversario: la stupidità umana. Si tratta di un nemico infido ed inafferrabile, mutevole e sfuggente, pronto a manifestarsi sotto diverse sembianze e sempre nei momenti meno opportuni. Perché la stupidità gode di un enorme vantaggio: in sé, non esiste. Al punto che anche la parola “stupidità” è di difficile definizione, ed ha lo stesso incerto significato nelle varie lingue tra cui gli studiosi si dibattono: “Bétise”di Flaubert e Baudelaire o “Dummheit”, termine favorito da Heidegger e che più si avvicina all’anglofono “Stupidity” prescelto da Avital Ronell per il suo libro-trattato...
La direttrice del dipartimento di Germanistica alla New York University, amatissima in Germania e in Francia, è oltretutto un’icona consacrata, come donna e come ebrea, dell’ossessione moderna di denuncia della stupidità intesa anche come inferiorità. Attenta alle dinamiche politiche e sociali dell’Europa contemporanea, palesemente sensibile alle questioni razziste e sessiste, nonché piena di sospetti verso l’antisemitismo latente, Avital Ronell procede, attraverso un elaborato excursus storico che ripercorre la filosofia della stupidità a partire dall’antica grecia (in cui neanche gli déi sono in grado di contrastarla), ad un tipico tentativo di decostruzionismo. La stupidità non si puo’ afferrare, non è teorizzabile come un quid o come sostanza, ma viene fabbricata artificialmente. Pertanto, non la si puo’ combattere, la stessa guerra contro la stupidità è in sé stupida. Allo stesso tempo, come suggerisce Deleuze, non le si puo’ cedere del tutto (lusso concesso solamente ai poeti). La stupidità, secondo Ronell, assume allora una terza dimensione: non è un concetto e neppure un non-concetto, ma un “quasi concetto”, un’oscillazione inarrestabile tra il determinato e l’indeterminato. La variabilità, il senso incerto della stupidità sono proprio la caratteristica identificativa predominante di un comportamento umano che diventa, in questo modo, inaccusabile e non imputabile. Lo stesso Heidegger, riferendosi alla sua adesione al nazismo, non dice “sono stato stupido” ma “ho fatto una stupidaggine”. Il senso di irresponsabilità, l’egoismo e l’antisocialità hanno trovato, negli anni del dopoguerra, il terreno più fertile. Antonio Gramsci aveva già tentato di mettere in guardia dal particolare tipo di stupidità intellettuale prodotto dal capitalismo: una varietà di idiozia in cui l’intelligenza fungerebbe di fatto da copertura ad una sostanziale stupidità del soggetto. Il “cretinismo”, come lo definisce Rosa Luxembourg, che è addirittura un precipitato della stupidità, un sottosviluppo deliberato. Si verifica, in effetti, un processo di capillare penetrazione e proliferazione sociale della stupidità, diventa percepibile quella che Musil definiva la “storicità del gregge”, l’instupidimento del popolo. Le aree seduttive della cultura popolare (lo sport, la musica, i media) offrono uno strumento di diffusione privilegiata del tumore della stupidità, di quella che ormai è chiaramente la nostra idiozia. “E’ proprio necessario” chiede la Ronell, “rievocare certe deplorevoli consuetudini, dall’assistere a show televisivi penosamente cretini, (…) all’indulgere a eccessive libertà di linguaggio in qualunque situazione, (…) per non parlare della stessa ideologia americana del divertimento a tutti i costi? (…) Perché, dove c’è piacere, si finisce inevitabilmente per discendere lungo la china freudiana di una pulsione di morte a bassa intensità. Il senso di panico, provocato nei filosofi dalla mera percezione della stupidità, potrebbe essere non lontano dall’estinguersi, lasciando trionfare il sorriso ebete della psicosi, cioè una forma ormai completamente inconscia di cretinismo sociale”. Del resto, il piacere narcisistico di diventare o rimanere stupidi sta contaminando in maniera drammatica la politica e la cultura. Scajola non dice neanche “ho fatto una stupidaggine”.

 

 

 

 
 
 
 
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