Stupro ‒ Una storia d’amore

Stupro ‒ Una storia d’amore
Traduzione di: 
Genere: 
Editore: 
Articolo di: 

I fuochi d’artificio erano finiti alle undici, ma in città i festeggiamenti continuavano. Era la mezzanotte del 4 luglio 1996 quando Teena Maguire aveva deciso di attraversare il Rocky Point Park di Niagara Falls con sua figlia Beethie, dopo aver trascorso la serata a casa del suo fidanzato Casey, per tornare a casa, una villetta a schiera in affitto nella Nona Strada. “Se l’era andata a cercare, se l’era voluta”, questo avrebbero detto poi. Certo però lei avrebbe dovuto immaginare che non era stata una buona idea tagliare per di là con una ragazzina di dodici anni, in una serata come quella, con in giro tanti ubriachi strafatti di quella nuova roba di moda, la metanfetamina. Erano in cinque, o forse sette. Li aveva riconosciuti perché li incontrava per strada ogni giorno, al supermercato. Ogni volta la guardavano, sì che la guardavano… Tutti avrebbero detto persino che li aveva certo provocati quella notte, aveva sorriso, forse aveva bevuto birra con loro. Certo avrebbero ricordato che, come suo solito, lei vestiva non proprio come una trentacinquenne per bene, ma con una canotta seno in vista, striminziti pantaloncini di jeans, i bei capelli biondi tinti al vento, le lunghe gambe sui tacchi alti. La ragazzina, spaventata, era riuscita a nascondersi dietro una barca rovesciata nella rimessa dove quei ragazzi poco più che ventenni (ma già noti alla polizia per vari motivi) avevano trascinato sua madre; aveva sentito le urla e i pianti di sua madre, Bethie. L’aveva sentita prima gridare “Non fatele del male! Lasciatela andare”. Ma avrebbero detto che in fondo non aveva visto niente, e cosa avrebbe potuto capire, poi? Loro però non avevano visto gli occhi spaventati e sperduti della ragazzina sanguinante, i vestiti strappati, in stato confusionale che gli chiedeva – a lui, John Dromoor – se sua madre fosse ancora viva. Viva. Sì, Teena era ancora viva su quel pavimento sporco. Ma niente sarebbe stato più come prima. E, soprattutto, Teena e Bethie mai sarebbero state più state così sole come dopo quella notte. Teena, dopo il processo orribile quanto quella stessa notte, non è più lei e lascia che il tempo passi sdraiata al buio chiusa in una stanza. Sua figlia cerca di capire quello che le accade intorno ma ha soltanto paura, quasi come quella notte. Soltanto Dromoor – che pure da veterano della Guerra Del Golfo ha visto da vicino tutto l’orrore possibile ma adesso non sa dimenticare gli occhi di Bethie quella notte – può capirla, può sapere cosa le sta succedendo…

Se si cercano in rete i pareri su questo romanzo breve di Joyce Carol Oates, c’è da restare assolutamente spiazzati. Posto che, come si legge, è assai probabile che questo non sia il migliore dei libri della candidata al Nobel per la Letteratura 2008, è sorprendente scoprire che non sono pochi coloro che sembrano aver concentrato il loro esclusivo interesse su quella che, ovviamente, è la trama principale, ovvero lo stupro che campeggia anche nel titolo, sia in originale che nella traduzione. Tuttavia, poche volte come questa, il sottotitolo non è affatto un sottotitolo ma parte integrante del titolo vero e proprio, nell’apparente assurdo ossimoro che è il vero cuore del romanzo. Lo stupro è, infatti, sostanzialmente un elemento occasionale. La vicenda orribile della trentacinquenne e disinibita Teena, madre di una dodicenne cresciuta troppo in fretta nelle poche ore di una notte da incubo, è narrata con un linguaggio crudo, senza fronzoli, senza toni troppo espliciti ma anche senza sconti o eufemismi. Lo stile è tagliente, le parole scelte con precisione chirurgica. L’incubo, apparentemente meno spaventoso, del processo, che dovrebbe condannare i colpevoli protetti invece dalla comunità e da una legge connivente, è il colpo successivo e decisivo che la povera Teena subisce e che sua figlia racconta con il suo sguardo spaurito che ha ormai smarrito l’innocenza della sua età (suo è infatti il punto di vista di gran parte della narrazione). Ma non è ancora questo il limite al quale vuole condurci l’autrice. La vera provocazione che si radica nel cuore e nella mente del lettore e quasi lo tormenta ancora dopo aver terminato la lettura è nella figura dell’ex soldato, ora tutore della giustizia Dromoore e nel suo legame con Bethie, raccontato con poche parole e infinito pudore. Un legame che non ha nome e che Oates riassume in “storia d’amore”. Ogni legame è in fondo una storia d’amore, e lo è più che mai questo. Cosa è se non amore la speranza? Cosa è se non amore il senso di protezione? Cosa è se non amore la fiducia, la certezza che puoi contare davvero su qualcuno che – lo sai con sicurezza – ha saputo leggere nei tuoi occhi e tra le tue poche parole? Come - ti chiedi allora da lettore – può essere sfuggito questo snodo cruciale a chi abbia il letto il romanzo? Lo stupro è vergognoso, la protezione omertosa della comunità nei confronti dei colpevoli è disgustosa: tutto questo è sottinteso, scontato, e alla Oates sembra non interessare sottolinearlo più di quanto la trama non richieda. Ma è quando Bene e Male superano i rispettivi confini, quando il lettore è spinto a domandarsi cosa avrebbe fatto se fosse stato al posto di Dromoore, quando il tutore della legge e della giustizia – che in esse crede con convinzione assoluta – capisce che c’è un momento in cui c’è un dovere morale che le travalica (o almeno così lui crede giusto) diventando di fatto “l’eroe”, è allora che la narrazione raggiunge l’ακμή, l’apice, il punto più alto del dramma. È come se il lettore, identificatosi per un attimo con Dromoore, si guardasse le mani insanguinate e si convincesse di avere ragione. Come se il lettore, sentendosi una bambina di tredici anni appena compiuti, si ritrovasse a guardare con occhi adoranti e grati all’unico amico, all’unico affetto, all’unico amore possibile. A conti fatti non sono le descrizioni a inquietare profondamente quanto le emozioni profonde, lo stile tagliente e allo stesso tempo stranamente lirico. Sono tutte queste contraddizioni che turbano e rendono la lettura agghiacciante e disturbante. È lo stile della Oates, lucido e affilato come una lama, in un piccolo romanzo che colpisce violentemente al cuore e allo stomaco, a patto di non leggervi soltanto una denuncia scontata, una banale vicenda femminismo versus maschilismo, qualcosa di così ovvio da sembrare superfluo. Non sarebbe un romanzo della Oates.



Pubblicità

 

Pubblicità

 

 

 
 
 
 

Potrebbero piacerti anche

Il nostro sito utilizza i cookie ACCETTO
Se vuoi saperne di più COOKIE POLICY

I NOSTRI PARTNER