Sudore

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Salvador de Bahia, anni Venti. Visto dalla strada, l’edificio al numero 68 non pare tanto grande. Sembra “una vecchia palazzina come tante altre, strette nella Ladeira do Pelourinho, una costruzione coloniale con le piastrelle antiche”. Ma in quei quattro piani invece vive tanta, tantissima gente, più di seicento esseri umani. “Un mondo fetido, senza igiene né morale, pieno di topi, parolacce e persone”: operai, ladri, prostitute, sarte, portuali, stranieri, gente di tutti i colori e di tutte le nazionalità. “La mattina gli uomini escono quasi tutti. Il cicaleccio delle donne aumenta”: donne come Linda, che legge romanzi d’amore e sogna ragazzi ricchi e belli che la notano per strada, si innamorano di lei e la sposano “una mattina radiosa di sole mite e leggera brezza”, o come la sfacciata Julieta, che progetta di accalappiare uno con i soldi o addirittura di fare il salto e diventare una prostituta come Nair, che però troppo spesso incappa in clienti sporchi e poco danarosi. Donne come l’anziana prostituta che ormai può puntare soltanto su quei clienti lì, quelli che a Nair fanno schifo. È nata in Polonia tanti anni fa e ha peregrinato in postriboli di tutta l’America Latina. A Buenos Aires ha vissuto anche momenti di gloria, ma ora – vecchia, malata di sifilide e alcolizzata – va a cercare sbandati e marinai che per 5 milréis si porta a casa. Donne come l’anziana che “caga nella carta di giornale per non aspettare che la latrina si svuoti” e non si lava mai: lavora senza sosta per dar da mangiare a quel vagabondo del figlio, che sta tutto il giorno con le puttane del Tabuão o a tracannare acquavite e passa da casa solo per portar via i soldi alla madre. Ma anche uomini come Severino, il calzolaio che passa le serate a leggere opuscoli anarchici a lume di candela, mentre il gatto Zug gli fa le fusa…

Lo scrittore brasiliano Jorge Amado a 16 anni – era il 1928 – abitava proprio in Largo de Pelourinho, a Salvador di Bahia. Solo sei anni dopo era già al suo terzo romanzo, questo Sudore, un affresco colorato pieno di rabbia e speranza che rispecchia perfettamente l’ardore ideologico del suo autore, all’epoca fervente militante comunista, e rappresenta una delle vette del periodo “proletario” di Amado, che a metà degli anni Cinquanta si interromperà, in corrispondenza con il progressivo disimpegno politico dello scrittore. I personaggi di Sudore sono, per dirla con lo stesso Amado, “persone che hanno perso tutto e non si aspettano niente”. Vivono immersi nei loro odori, nei loro istinti, nei loro rimpianti: essi “sono” la loro povertà, ne incarnano le contraddizioni e i dolori. Non sono supereroi del proletariato: sono anzi avidi, viziosi, volgari, imperfetti, squallidi, bestiali. Ma sono veri, e all’occorrenza sapranno unirsi e combattere per una causa comune, riscattando almeno in parte le loro miserie. Prendete lo Steinbeck o il Dos Passos più “militanti”, immergeteli in un’ambientazione brasiliana che pare aggredire i cinque sensi tanto è espressionista, aggiungete un linguaggio così esplicito da far dubitare che si tratti di un libro datato 1934 e avrete questo Sudore: che puzza di cavoli e piedi come le peggiori trombe delle scale, ma profuma anche di rivoluzione.



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