Suffragette - La mia storia

Suffragette - La mia storia

Nata a Manchester in una famiglia inglese fortemente sensibile ai temi dell’emancipazione, Emmeline Pankhurst già a cinque anni raccoglieva fondi per gli schiavi appena liberati e si addormentava con i racconti tratti da La capanna dello zio Tom. A quindici anni Emmeline si trasferì a Parigi, dove studiò “in una delle pionieristiche istituzioni europee per l’educazione superiore delle ragazze”. Si sposò con un avvocato che sempre la sostenne nella lotta per il diritto di voto alle donne: “Il dottor Pankhurst non desiderava che mi trasformassi in una macchina domestica. Era fermamente convinto che la società tanto quanto la famiglia avesse bisogno dei servigi delle donne. Così, mentre i miei bambini erano ancora nelle loro culle, io prestavo servizio nel comitato esecutivo della Women’s Suffrage Society”…

Sembrerebbe questo l’inizio della biografia di una signora dell’Inghilterra “bene”, cosa che la Pankhurst in effetti era, impegnata in conversazioni e dibattiti sulla politica. Emmeline Pankhurst era sì un’abile politica, ma fu soprattutto un’accesa militante, che portò la lotta per il diritto di voto dai salotti alle piazze. Fondò nel 1902 la Women’s Social and Political Union, un’associazione aperta alle sole donne e con obbiettivi dichiaratamente politici: ottenere la legge per il diritto di vote alle donne che il governo aveva più e più volte rimandato. La WSPU non volle mai colpire le persone (la violenza fisica la lasciavano agli uomini) ma usò ogni altro mezzo: “Avevo invitato le donne a unirsi a me nel colpire il governo nell’unica cosa di cui si preoccupano davvero i governi – la proprietà – e la risposta fu immediata”. Come si sia persa, nel tempo, la memoria di donne come la Pankhurst è un mistero che inquieta, dato che alle poche donne come lei siamo debitrici dei nostri diritti. La lettura di questa autobiografia (datata 1914) può essere un po’ ostica, soprattutto nel seguire la complicata situazione politica dell’epoca; ma la Pankhurst (che era del tutto consapevole dell’importanza storica e sociale del suo movimento) ha una scrittura confidenziale e infiamma le pagine di una passione autentica e di una lungimiranza sul rapporto tra i sessi che lascia disorientati. Noi non siamo figlie (e figli) delle donne (e degli uomini) della televisione e dello spettacolo, siamo ancora figlie delle Pankhurst, che allo scoppio della Prima guerra mondiale sospese la militanza per aiutare il Paese, scrivendo: “La militanza degli uomini, nel corso dei secoli, ha inondato il mondo di sangue, e per le loro opere di orrore e distruzione gli uomini sono stati ricompensati con monumenti, grandi canzoni ed epopee. La militanza delle donne non ha danneggiato alcuna vita umana, se non quella di coloro che hanno combattuto la battaglia della virtù. Soltanto il tempo rivelerà quale ricompensa sarà riservata alle donne”. Una lettura assolutamente necessaria (dalla quale recentemente è stato tratto il film Suffragette, con Meryl Streep nel ruolo della Pankhurst). Per l’8 marzo regalate meno mimose e più biografie di Emmeline Pankhurst!



 

 

 

 
 
 
 

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