Sui confini

Sui confini

È un posto strano l’Europa, innanzitutto perché, pur occupando uno spazio poco più grande della mano di un bambino sul mappamondo, è un fitto reticolato di confini, contiene Paesi talmente piccoli che lo spazio a loro destinato non è sufficiente ad alloggiarne il nome per intero in quasi nessuna delle mappe in circolazione; in secondo luogo perché è solo da pochi decenni che si presenta al mondo come una realtà politica unica, anche se è ben lungi dall’esserlo. I suoi confini reali e culturali, i suoi fili spinati e i vari nazionalismi non hanno tardato ad emergere dalla patina di solidarietà sotto la quale il Vecchio Continente si era ammantato in tempi di relativa prosperità. Nel 2016, però, l’ordito del mantello è liso, attraverso la sua trama sfilacciata sono ben visibili le pecche originarie e i conflitti più o meno latenti. È il concetto di confine quello che Marco Truzzi e Ivano De Maria vogliono esplorare, siano essi confini naturali come mari, fiumi, monti, o artificiali come dogane, frontiere e posti di blocco e per farlo scelgono di partire da una sorta di “non luogo”, l’enclave spagnola di Melilla in Marocco, un avamposto d’Europa, il primo confine, un luogo dedito da sempre allo scambio di merci, che ora ha cambiato le tipologie di merci che lascia filtrare: hanno membra e sentimenti, portano sulle spalle la propria vita, il passato, sulla via di un Purgatorio fatto di respingimenti, ritorni, trafficanti. Il viaggio degli autori, durato due anni, prosegue a Basilea, la città che gestisce tre frontiere con estremo pragmatismo, poi agli estremi confini Nord del continente, Malmö, che ospita l’unico ponte d’Europa che collega due nazioni, poi la Norvegia, con i suoi perbenisti benpensanti dal razzismo strisciante ma non per questo meno pernicioso; Ventimiglia, la cui dislocazione in un territorio nazionale è dovuta al capriccio di accordi verbali intercorsi tra due sovrani nel 1860, popolata da disperati che premono per arrivare a Nizza o che vagano per strada in cerca dei propri cari come John, barbiere eritreo venuto dall’Olanda in cerca del fratello; Calais, dove ormai la crisi è talmente consolidata da aver assunto la forma di una bidonville; seguono la Bosnia, la Serbia, l’Ungheria… e si viaggia lungo confini estremamente reali, segnati da filo spinato e popolati, come a Idomeni da un popolo straziato dalla disperazione, in fuga dalla Siria e accolto dagli strali di Alba Dorata, dal filo spinato, da condizioni igieniche spaventose, e tuttavia incapace di accettare l’idea di essere respinto per causa di meri calcoli politici verso la Turchia…Idomeni, Salonicco, l’antica Tessalonica ormai dimentica di essere stata destinataria della lettera di San Paolo sulla carità…

Marco Truzzi e Ivano De Maria non erano partiti per scrivere un libro sulle migrazioni, ma ben presto, lungo il cammino, la loro agenda cambia. Capiscono che non si può scrivere di confini ‒ siano essi naturali o artificiali ‒ senza parlare dei tentativi di forzarli, della violenza messa in campo per difenderli e, grazie a questa presa di coscienza l’itinerario si modifica, si adegua alle spinte emotive ed ecco che tocca un luogo come Birkenau, con le sue torrette e il suo filo spinato, perché non si può prescindere dal passato per analizzare il presente e perché non si può arrivare a Idomeni senza passare da Auschwitz. Sui confini appare come un libro “necessario”, imprescindibile, nonostante lo stesso Truzzi si sia chiesto perché scrivere di temi che qualcuno, nella fattispecie Paolo Rumiz, aveva già trattato o avrebbe potuto trattare meglio di lui. Lo stile è scarno, la storia sembra essersi scritta quasi da sola, sia attraverso le lenti della preziosa Nikon che Ivano De Maria non esita a prestare ai bambini di Idomeni per distoglierli dai giochi coi proiettili di gomma, sia attraverso i dialoghi che Marco Truzzi intavola con tutti i personaggi che rende protagonisti, anche se per lo spazio di poche righe: a partire da suo figlio Lorenzo, passando per Tommy, il meccanico scontroso, Inge, John, Hans e sua moglie Elizabeth librai di Berlino est che hanno aperto una seconda libreria a Passau… Tutti raccontano quasi sottovoce, nemmeno la disperazione dei profughi è mai urlata, ma, non per questo le loro voci sono dimesse. Assumono, anzi, grazie alla sensibilità dell’autore e alle straordinarie immagini che fanno loro da contrappunto, un carattere stentoreo, quasi imperativo, che rende estremamente difficile chiudere il libro.



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