Sul far del giorno

Sul far del giorno

Innumerevoli dolori, distacchi e lutti danno il ritmo all’esistenza di Wole Soyinka. La prigione, l’esilio, la minaccia costante della morte a causa delle idee scomode di libertà, uguaglianza e giustizia insegnano una visione della vita che non è per tutti. Ripensando a uomini che sono stati devastanti nello sfruttare il loro potere politico e militare, incapaci di dare speranza a una terra martoriata come la Nigeria, la memoria si fa lucida e malinconica. Tante le rinunce, tanti i rimpianti. Ecco narrati gli eventi che hanno portato a succedersi al Governo nigeriano uomini inetti, avidi o semplicemente malvagi, che negli anni hanno dato il colpo di grazia a questa terra. Yakubu Gowon, forse il meno sanguinario, Presidente della Nigeria grazie a un golpe dal 1966 al 1975, le illusioni sulla figura dell’imprenditore filantropo Moshood Abiola spazzate via dalla sua misteriosa morte, l’orrore legato alla dittatura di Sani Abacha i cui delitti dal 1993 hanno inflitto ferite atroci al paese e a Soyinka, costretto alla fuga con una taglia internazionale sulla testa. Ma alle memorie sanguinarie si mescolano quelle più dolci, confortanti: progetti per la costruzione di una casa coi proventi del Nobel, che ospiti artisti e intellettuali, il sogno di un giardino in cui coltivare la menta, il cui profumo renda ancora più coinvolgenti le istantanee di una vita avventurosa e fuggiasca: “Dunque decisi di dare un ulteriore tocco personale alla missione dell’esilio: avrei sfruttato ogni secondo della mia vita per riconquistare il mio giardino di cactus, assicurandomi che il passo trionfale del tiranno ne sarebbe rimasto decisamente alla larga”. Un giardino ideale per dare speranza allo spirito errante e un giardino fisico che attende il ritorno del suo proprietario affinché ne goda in pace la bellezza…

Immancabili i riferimenti ad Akè, il libro dedicato agli anni dell’adolescenza pubblicato nel 1981, e all’influenza del movimento delle donne di Abeokuta, gli studi a Londra, il razzismo britannico, le opere giovanili nate dalle esperienze vissute all’estero, la lotta al fianco di Mandela e la forza emotiva assimilata grazie agli insegnamenti della madre, la “Cristiana Sfrenata”, anglicana doc, promotrice del motto “tentar non nuoce” e ispiratrice delle velleità commerciali di Soyinka. Irrinunciabile l’influenza del padre, il “Saggio”, legata alla cultura Yoruba, un’eredità di spiritualità, lingua e tradizioni che hanno gettato le radici della sua cultura. I ricordi vengono proposti con salti temporali tra passato e presente. Debitore alla forza ispiratrice del dio Ogun, lo scrittore africano non scorda di sottolineare il valore simbolico della strada e tante sono le strade del mondo da lui percorse, ma mistica è solo quella africana, “complice di un’autoanalisi che sarebbe durata nel tempo”. Il linguaggio è semplice sia nei passaggi che descrivono il quotidiano sia nel riportare dati storico-politici. Un resoconto colloquiale, a volte malinconico, insofferente, altre spiritoso e leggero. Soyinka non è mai sdolcinato e riporta gli eventi con lucido distacco, severo verso sé stesso e il popolo nigeriano. Scomodo ma sincero il “Prof”, come lo chiamano rispettosamente i sostenitori, il vip internazionale, l’uomo che ha ricomposto con fatica la propria memoria, distorta dal passare degli anni e carente di tutti documenti e gli scritti sottratti durante le ingiuste perquisizioni domestiche da parte dei regimi nigeriani. Il Premio Nobel nel 1986 in questo volume, strutturato in sostanziose otto parti, ci consegna il proprio mondo.



 

 

 

 
 
 
 

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