Sul tempo perso a perdere tempo

Sul tempo perso a perdere tempo
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“La finestra del mio studio si affaccia su Hyde Park, e dall’alto del mio punto privilegiato imparo davvero un sacco di cose osservando gli esempi di varia umanità che vanno e vengono sotto di me – oltre a divertirmi molto, in effetti”. A passeggio per le strade della City, fine ‘800, all’ora del thè, a colazione o a una cena esclusiva, in occasioni mondane, di club e di vita sociale o nell’andirivieni urbano tra incontri piacevoli o irritanti e risse canine di strada, in mezzo a differenze sostanziali tra l’animale uomo e l’animale donna: “Avete mai fatto caso a quando una donna sta per uscire?”, o a quando deve tirare fuori il borsellino per pagare un acquisto, o quando non sa decidersi su quale cappello acquistare, in piena seduta di shopping? E le affannose corse quotidiane di questa varia umanità tra lavoro e casa! Per conquistarsi una libertà di consumo alla moda dietro alla quale si cela sorniona la stretta catena della schiavitù, “così lavoriamo, spinti dalla frusta del bisogno, un esercito di schiavi. Se non lavoriamo la frusta si abbatte su di noi: solo che il dolore non lo sentiamo sulla schiena, ma nello stomaco. E soprattutto ci proclamiamo uomini liberi”. Giornalisti ostentano sicurezza, uomini in carriera accumulano denaro e ostentano il lusso, uomini in posa sociale per la vita sociale, uomini indecisi, infelici consiglieri, critici cronici. Come sarebbe strano, parlare di creature ragionevoli, ma qui “restiamo irragionevoli, se mangio questa maionese o bevo lo champagne il mio fegato ne soffrirà, allora perché lo faccio?” Julia è una ragazza arguta; possiede anche una quota di una birreria. E allora, perché John sposa Ann?

Ripensamenti, ovvero secondi pensieri su quella varia pirotecnica umanità che scorre sotto la finestra di Hyde Park, davanti alla lente di ingradimento-pensiero di Jerome K. Jerome, il noto autore di Tre uomini a zonzo e Tre uomini in barca, ma di cui molto è ancora inedito in Italia. Piano B ce lo ripropone con Il tempo perso a perdere tempo, una raccolta di saggi in cui la prosa di Jerome si allarga dal particolare (un aneddoto, un carattere, un oggetto, un ricordo) a comporre un quadro che ha del generale, multiforme umano, per poi, tramite un altro appiglio, divagare, divagazione come costante e metronomo di queste pagine. Jerome è viandante nell’adorata Londra, e l’attacco umoristico con il quale tratteggia situazioni, cliché e vizi sociali scivola di qua e di là su una tela più ampia, a osservare da un altro punto di vista (“ma proviamo a guardarla per un momento da un altro punto di vista”, questo lo scarto, il passaggio da tenere a mente leggendo le sue disamine ritmate da abili battute e gustosi paradossi) i personaggi buoni e quelli meno buoni, le apparenze ingombranti, e da qui partire alla ricerca della virtù, dimenticata nascosta sotto una diffusa superficie di buone norme senza peccato. Non ci si scagli facilmente, allora, contro la fragilità, il vizio, la marionetta sul palcoscenico destinata alla parte cattiva, marginale, detestabile, pur funzionale a far emergere i tratti dell’eroe o dell’eroina di turno; e anche con il sentimentale, cauti e meno critici! “Ho vissuto abbastanza per dubitare che i sentimenti non abbiano il loro legittimo posto nell’economia della vita”.

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