Sull’ansa del fiume

Sull’ansa del fiume

Salim vive in Africa, a oriente, in città. Di famiglia araba, cresce respirando un’aria opprimente di tradizioni immobili. Anche il suo destino sembra già segnato, quando l’amico Nazruddin gli vende un suo negozio nell’entroterra e gli destina come moglie una delle sue figlie. Eppure Salim pensa di potercela fare: non abbandonerà l’Africa come invece ha fatto l’amico, esule in Occidente. Così, eccolo nella città sull’ansa del fiume, un ambiente scomposto fatto di ruderi coloniali distrutti, movimenti indipendentisti, in mezzo al bush, con battelli e zattere che solcano il fiume trasportando la più varia umanità. Raggiunto da un giovane schiavo, tenta di riavviare la sua bottega e intesse relazioni con gli abitanti africani, europei, disperati o pieni di obiettivi. Tutta gente che, in qualche modo, cerca di sopravvivere. Poi il governo cambia, l’uomo solo al comando riporta l’ordine, gli affari ricominciano a prosperare, la città rifiorisce. Eppure ecco, tutto cambia e niente cambia, gli stranieri ricominciano a svanire e con loro l’unica donna che sembra aver risvegliato in Salim una coscienza diversa di se stesso. Poi l’Europa e la consapevolezza che, forse, non è così diverso…

Dell’Africa non sappiamo quasi nulla. Quantomeno, quasi nulla più delle etichette che ci raggiungono: deserto, savana, colonialismo, rivolte, tribù. Eppure l’Africa è enorme, frammentata, multiforme. Le etichette che leggiamo sui libri sono fatte di persone, tante, diverse, che si muovono in un paesaggio inimmaginabile per un europeo, fatto di costruzioni coloniali nel bel mezzo della foresta, con statue su strade di polvere. Una contraddizione accanto all’altra. Nell’assoluta lentezza della natura, la storia contemporanea regala a molti stati africani la velocità del passaggio dai governi europei alle rivolte all’insediamento dei nuovi governi locali. Mutamenti epocali eppure repentini che poi, con implacabile regolarità, tornano all’origine. In una sorta di movimento orwelliano, tutto cambia e niente cambia perché, come dice Mahesh, “qui non c’è differenza tra giusto e sbagliato. Il giusto semplicemente non esiste”. Sopravvivere è il talento, resistere. Se non si è capaci di far questo, l’unica alternativa è il volontario esilio, ma verso cosa? Quale terra può accogliere questi uomini nichilisti e senza identità? La narrazione dura di una sconfitta, lentissima come il ritmo della natura, del bush, come il fiume che sempre cambia eppure rimane identico a se stesso.



 

 

 
 
 
 

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