Sulla pazzia del nostro tempo e del mezzo per rinsavire

Sulla pazzia del nostro tempo e del mezzo per rinsavire

Quasi al termine della sua vita l’autore di Guerra e pace nonché di Anna Karenina si pronuncia sul proprio tempo, prendendo lo spunto dalle lettere che riceve settimanalmente da parte di giovani e meno giovani , sia uomini che donne. Tutti sono portatori al grande vecchio di un’unica domanda: “Qual è il senso della vita? Perché vivere?”. Si tratta di persone che hanno frugato nella letteratura recente della loro epoca non trovando la soluzione alla domanda e che quindi continuano a cercare. La questione è, nella sua semplicità, radicale. Con un tentativo di soluzione complicato dalla constatazione che la gente è incapace di prendere coscienza della sua stessa sciagura, complice un progresso tecnico grazie al quale imperversano dirigibili, sommergibili, corazzate, telegrafi senza filo, eserciti, relative flotte, giornali. L’ostacolo è appunto il fatto che la gente è preda di questo incalzare di eventi, ingabbiata dal suo stesso asfissiante narcisismo, in un incredibile compiacimento di questa follia collettiva. L’analisi del vecchio è solo apparentemente semplice, una sorte di soluzione all’insegna del tradizionalismo più reazionario: il mondo è così perché è ormai privo di religione. Ma la risposta è più profonda perché coinvolge anche e soprattutto chi dovrebbe difendere la religione, essendo tuttavia lui stesso privo di una fede in alcunché…

Con un coraggio leonino, supportato dall’alto profilo intellettuale dei promotori dell’iniziativa editoriale, la casa editrice trapanese Il Pozzo di Giacobbe ‒ idealmente con lo sguardo rivolto a temi di un cristianesimo della “lotta interiore” ‒ sforna la rima traduzione italiana di uno scritto di Tolstoj, intitolato Sulla pazzia (1908), insieme a Il bene dell’amore, alcuni altri scritti estrapolati da varie opere e alcuni passi dei Diari. Quelle tradotte dagli Amici di Tolstoj sono delle stilettate sincere nella loro severità all’indirizzo non solo del secolarismo ateo ma anche e forse soprattutto verso quel cristianesimo che si nasconde dietro la tiepidezza di una fede, di cui rimane tristemente l’involucro. Uno sguardo fiero, quello di Tolstoj, sulle disgrazie del mondo che interpellano tutti (credenti e laici) sul terreno della questione circa la linfa vitale da cui le nostre stesse azioni umane dovrebbero trarre nutrimento: il convincimento interiore, con una fugacità di trattazione che lascia l’amaro in bocca al lettore avido ancora di riflessioni d’autore, nella cui mente è facile che risuonino gli echi di quel capolavoro musicale che è Oh che sarà di Chico Buarque.



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