Sulla violenza

Sulla violenza
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Potere, autorità, dominio sono da sempre i concetti sui quali interi sistemi di pensiero si sono fondati e scontrati, sui quali l’umanità intera ha costruito le fondamenta dell’approccio analitico ai cosiddetti consorzi civili. La violenza che è uno dei tratti distintivi dell’essere umano sin dalla sua apparizione sulla terra, non era ancora mai stata oggetto di una trattazione sistematica come quella che le dedica la filosofa Arendt. La violenza, negli anni sessanta è protagonista indiscussa del palcoscenico storico su quasi tutto il pianeta, ma, le osservazioni della Arendt si focalizzano essenzialmente su quella che va in scena nelle piazze, nelle università. Per poter analizzare la violenza come fenomeno sociale in maniera scevra da pregiudizi bisogna sgombrare il campo innanzitutto dalle ambiguità semantiche e poi da quelle sociologiche e ideologiche. È contro queste ultime che il trattato si scaglia in maniera più determinata, a partire dalla confutazione del supposto marxismo di Sartre e dimostrandone l’incongruità ideale alla luce della pura teoria marxiana, che altro non è che “hegelismo con i piedi per terra” e. Sartre, Sorel, Fanon i propugnatori della violenza come strumento di riscatto degli oppressi non si rendono conto di quanto le loro teorie si prestino a propugnare “le peggiori illusioni marxiane” e dunque, a Sartre l’autrice rimprovera l’ipocrisia ideologica e ai suoi incitamenti a che il Terzo Mondo si unisca nella lotta oppone con un lapidario “il Terzo Mondo non esiste, è un’ideologia”. La violenza è spesso la ratio a cui si risolvono singoli o gruppi non tanto per combattere contro eventi come ingiustizie o l’ordine sociale delle cose, che vengono, anzi, sentiti come eventi ineluttabili, ma, per smascherare l’ipocrisia della politica. Sono molti i giudizi trancianti e virulentemente polemici che Hannah Arendt dissemina in questo breve trattato, a cominciare dall’analisi poco generosa e spesso detrattoria delle rivolte nelle università americane e del ruolo che le istanze del Black Power hanno avuto in esse, ma, se la prima parte del testo può aver scatenato perplessità ed essersi rivelata strumentale alla luce degli sviluppi storici più recenti, l’analisi si fa estremamente lucida nella seconda parte del libro. Nel 1970, l’autrice de La banalità del male e de Le origini del totalitarismo era all’acme del suo arco di pensiero filosofico e non aveva alcuna reverenza accademica né incertezze nel picconare spesso in maniera eccessivamente sintetica, intere Scuole di pensiero, trascinandosi dietro, nel processo, un eccesso di rigore anche nel giudicare le istanze della comunità nera e quello che lei definisce la risposta dei bianchi “basata sul senso di colpa” nazionale…

Prima di procedere ad analizzare la violenza come fenomeno di massa e di trasformare le massive confutazioni che occupano i tre quarti del libello in una teoria filosofica che, pur se non è stata sufficientemente approfondita in questo testo, ha comunque costituito uno dei pilastri fondanti della politologia dalla sua comparsa in avanti, Hannah Arendt fa una approfondita opera di pulizia semantica, sgombrando il campo da ambiguità e chiarendo le profonde differenze trai concetti di violenza, autorità, forza, potere. Solo dopo aver smantellato le ipocrisie dell’intellettualismo che le è contemporaneo e delle interpretazioni forzate del passato alla luce del presente, la Arendt sembra risolversi ad affrontare una sua teoria della violenza, che è straordinariamente lucida, soprattutto quando ne analizza le dinamiche collettive, ma, anche in questo caso, per poter costruire qualcosa di solido deve demolire qualcosa dell’esistente, e, ancora una volta si tratta del contemporaneo, degli studi finanziati a profusione che partono dall’analisi del comportamento animale per studiare quello umano. È solo nelle ultimissime pagine di “Sulla violenza” che la teoria trova un accenno di sistematicità e lascia intravedere spiragli interessanti e forse non sufficientemente esplorati, laddove giustappone la violenza e la rabbia, analizzando quale sia il momento in cui gli engagés si trasformano in enragès e ancora una volta denuncia la superficialità delle teorie che considerano l’assenza di emozioni come attributo della razionalità.



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