Sunnyside

Sunnyside
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Domenica 12 novembre 1916, estremo limite settentrionale della costa della California, proprio sotto il confine con l'Oregon. A St. George Reef, dove c'è uno dei fari eretti a protezione dei naviganti in un tratto di mare straordinariamente pericoloso (un faro famoso, il migliore d'America, il più costoso al mondo e l'unico diretto da una donna,  la sergente Emily Wheeler, assistita da suo figlio Leland), è in corso un'emergenza. Il giovane Leland - 24 anni, “bello in modo ingiusto”, suonatore di clarinetto e appassionato di Cinema – ha avvistato una piccola imbarcazione alla deriva, che sta per schiantarsi sulla scogliera. A bordo c'è un uomo. Solo. Indossa pantaloni neri sformati, una giacca da tight, un bastone e la bombetta. È il famoso attore cinematografico Charlie Chaplin, o un suo sosia. Che diavolo sta succedendo? Non c'è tempo di capirlo, bisogna soccorrere il naufrago prima della immimente catastrofe. Ma ogni tentativo è vano, e la barchetta e il suo occupante vengono schiantati da un'onda. 5471 chilometri ad est, a Manhattan, in quel preciso momento, al lussuoso Hotel Waldorf Astoria viene servita la colazione. Nelle immense cucine, grandi come un isolato, ferve l'attività, tra rumori e vapori. Risuonano tre rintocchi, e tutto si ferma: “Il signor Charlie Chaplin è desiderato al telefono”. Nello stesso istante, sulle Montagne Rocciose del Colorado, al Grand Imperial Hotel, risuona l'annuncio “Charlie Chaplin può cortesemente venire nella hall?”, all'Alexandria Hotel di Los Angeles un fattorino urla “Per cortesia, Charlie Chaplin si presenti al banco del concierge”, in una modesta pensione sui pendii di Butte, in Montana, la proprietaria bussa sommessamente alla porta di una grande camerata e domanda “C'è un tale Charlie Chaplin qui stamattina?”, e così via, in tutti gli Stati Uniti. Quel mattino Chaplin viene cercato al telefono in oltre 800 alberghi...
Quasi dieci anni dopo il suo grande romanzo d'esordio, torna Glen David Gold, una delle voci più originali e colorate della narrativa anglosassone contemporanea. In questo Sunnyside si conferma e si rafforza la sua vocazione di cantore dei Roaring Twenties, e il suo stile straricco, scintillante, sofisticato. Al centro del plot – se di centro si può parlare in un'opera di un vero fuoriclasse del centrifugo – c'è la figura complessa di Charlie Chaplin, all'epoca in cui è ritratto una vera superstar, giovane (prima dei 30 anni aveva già girato 60 film, un record pazzesco), pieno di talento e al centro di isterismi di massa e macchinazioni. Ma al suo percorso artistico e umano si intrecciano numerose sottotrame, sullo sfondo della Prima Guerra Mondiale e dell'irruzione degli Stati Uniti sulla scena politica internazionale. Lo spunto per Sunnyside (il titolo allude a un bizzarro, semisconosciuto mediometraggio firmato nel 1919 da Chaplin) è arrivato durante la stesura del romanzo precedente, Carter e il diavolo: “Stavo leggendo una biografia di Warren Harding (ventinovesimo Presidente Usa, in carica dal 1921 al 1923, ndr) che diceva: Naturalmente doveva fare qualcosa per tutti gli americani che combattevano in Russia, ed è stato un grande shock. Quali americani in Russia?”. Su questa suggestione di base si sono via via stratificati negli anni il declino della stella canina hollywoodiana Rin Tin Tin, un bizzarro piano architettato dal sindaco di Oakland nel 1924 per attrarre i divi cinematografici nella sua città, altre idee tagliate in fase di editing da Carter e il diavolo, ma per catalizzare la rezione chimica tra elementi tanto diversi occorreva un enzima: e quell'enzima è stato Charlie Chaplin. Indagando sulla sua controversa biografia, Gold ha scoperto che una delle prime segnalazioni dell'attore ai servizi segreti riguardava proprio la sua partecipazione a un raduno per chiedere il ritiro delle truppe Usa da Arcangelo, dove erano state inviate per combattere i bolscevichi, e questo ha chiuso il cerchio. Bingo! “Tutto si è allineato in maniera matematica”, come spiega lo stesso autore nella lunga intervista concessa ad Adam McGovern e riportata in appendice al romanzo. Non sono però solo i pregi già apprezzati all'esordio a trovare conferma nell'opera seconda di questo scrittore: si fa se possibile ancora più marcata la sua tendenza all'elefantiaco, all'ipertrofico, al “troppo”. E sarebbe potuta andare peggio:  Gold aveva consegnato all'editore un manoscritto di 1280 pagine (!!). Lui stesso in fase di editing ne ha tagliate 200, gli editor Sonny Mehta e Diana Coglianese ne hanno tagliate altre 150 (ma richieste 50 di nuove), per cui le quasi 650 pagine che ci troviamo tra le mani sono un capolavoro di impaginazione di un manoscritto finale di 1000 circa. Piene di idee, di personaggi affascinanti, di risate, di drammi, di retroscena storici e perfettamente godibili, è vero. Ma pur sempre troppe per un libro solo.

Leggi l'intervista a Glen David Gold

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