Sunset park

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Miles Heller ha ventotto anni. Da quasi un anno vive in Florida e lavora come thrashing out, in parole più semplici si occupa di sgomberare gli appartamenti abbandonati dai proprietari a causa di pignoramenti, morosità, debiti. Ogni casa è il simbolo di un fallimento. Ogni abitazione è piena di cose dismesse: oggetti seminati così, a casaccio. Residui della vita che è stata. Miles li fotografa. E guardando i suoi scatti non può che commuoversi davanti alle tracce lasciate da famiglie che sono in fuga, che hanno cambiato città, che hanno trovato un nuovo posto nel quale vivere (ammesso che ci siano riusciti). Questo non fa che suscitare l’ilarità della sua squadra di lavoro; a loro interessa casomai – se possibile – appropriarsi di qualcosa di utile lasciato negli appartamenti. Miles ha imparato a dare poca importanza alle cose materiali, a mantenere basse le aspettative. “Per non avere progetti, cioè non nutrire desideri o speranze, accontentarti del tuo destino, di quello che il mondo ti dà da un’alba all’altra – per vivere così devi volere molto poco, il meno che sia umanamente possibile”. Fosse per lui potrebbe abbandonare la Florida, continuare a viaggiare in giro per gli Stati Uniti. Ciò che lo lega in quello Stato è Pilar. L’ha conosciuta per caso in un parco – entrambi leggevano lo stesso libro – ed è stata la prima ragazza con cui è riuscito a parlare di letteratura. L’amore è arrivato immediatamente. Peccato che Pilar sia ancora minorenne e che sua sorella maggiore cominci a ricattare Miles. Così eccolo di nuovo in fuga, questa volta pronto a tornare a New York da cui è scappato otto anni prima. Dovrà affrontare i suoi ricordi, la sua famiglia, tutti i nodi irrisolti. E andare a vivere a Sunset Park in una casa occupata assieme ad altri tre coinquilini…
Ogni personaggio di Sunset Park è irrimediabilmente danneggiato, rotto, ferito: ognuno è in preda alle sue manie, ognuno è solo e fa fatica a comunicare con gli altri. Per quanto ci si sforzi di rimettere a posto la propria vita andata in pezzi, nulla potrà mai tornare come lo era prima. Per questo motivo L’ospedale delle cose rotte è il nome del negozio di Bing Nathan, amico fraterno di Miles: lì ripara vecchi oggetti ormai in disuso, cerca di ridare loro una nuova vita. Paul Auster riflette sul concetto di “casa” come se fosse il filo rosso che attraversa tutto il romanzo: può esistere una casa oggi? E c’è un luogo dove trovare riparo, rifugio, nonostante tutto? L’opera è a tratti corale: ci sono alcuni capitoli che fungono da monologhi dei singoli protagonisti, quasi che ci sia l’urgenza da parte loro di raccontarsi, di analizzarsi, di mettersi – solo per un attimo – a nudo. Ognuno di loro ha poi visto almeno una volta I migliori anni della nostra vita, il film diretto nel 1964 da William Wyler. Siamo tutti feriti, sofferenti, reduci dalle nostre battaglie personali. Siamo tutti irrimediabilmente danneggiati. Possiamo però credere che – un giorno – tutto tornerà a posto… oppure possiamo perderci nella realtà e affrontare la vita portandoci dietro tutte le nostre complessità. Con coraggio.

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