Super-Cannes

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Primi anni 2000. L’ex pilota RAF di mezza età Paul Sinclair, costretto al ritiro per un incidente al ginocchio e ora azionista della British Aerospace, decide di accompagnare la sua giovane e bellissima moglie Jane, pediatra, a prendere servizio nel centro medico privato di Eden-Olympia, un parco tecnologico situato vicino a Cannes, in Costa Azzurra. Invece di imbarcarsi su un volo da Londra a Nizza, i due decidono di attraversare la Francia a bordo della splendida Jaguar Mark II vintage di Paul, incuranti del fatto che le candele vadano sostituite ogni 15 chilometri e i carburatori gemelli vadano calibrati di continuo. Non c’è fretta, in fondo: anzi serve tempo per riflettere. Jane ha ancora molti dubbi sul lucroso incarico che ha accettato. Il suo predecessore, un giovane medico inglese chiamato David Greenwood, è morto in circostanze tragiche e un po’ misteriose: è apparentemente impazzito, in un raptus omicida ha ucciso sette abitanti di Eden-Olympia (tutti manager senior executive), preso in ostaggio tre persone che ha poi giustiziato per infine suicidarsi con una fucilata. Paul è sinceramente contento per i successi professionali di Jane ma allo stesso tempo, come tutti i mariti più anziani della moglie, è abbastanza inquieto se pensa al passato (e al presente, e al futuro) sentimentale di lei. Jane e Greenwood hanno avuto una storia? I due senza dubbio si conoscevano, Sinclair ne ha avuto la riprova una settimana prima del matrimonio con Jane, quando lo hanno incontrato ad un party a Londra. Arrivati a Eden-Olympia, una collina costellata di ville lussuose con vigilanza privata, Paul e Jane sono accolti da Wilder Penrose, uno psichiatra dal fisico massiccio e dai modi sfacciati…

La Silicon Valley è una distopia? Per James G. Ballard sì. Il guittesco Wilder Penrose, Prospero (e al tempo stesso Calibano) di un’autarchica isola incantata 2.0, ha elaborato un programma di “violenze controllate”, di “stato di guerra non dichiarata” e di promiscuità sessuale che canalizza/esorcizza e tiene sotto controllo lo stress professionale e sociale a cui sono sottoposti i suoi pazienti-manager, schiavi della performance e della connessione h24. Il protagonista – che Ballard volutamente immagina come “uomo d’altri tempi”, pre-digitale – e la sua giovane moglie (simmetricamente delineata come perfetta donna del XXI secolo, con quell’inimitabile mix di edonismo sbracato e gelida professionalità) entrano in questa comunità di simil-Zuckerberg, simil-Bezos e simil-Cook e ne scoprono a poco a poco i meccanismi e i rituali più segreti. Droga, sesso, web, violenza, filosofia. Un romanzo affilato e aggressivo, pervaso da un humour sottile che lo salva dal prendersi troppo sul serio e garantisce all’anziano Ballard un’aura da vecchio saggio, non da vecchio trombone. Una feroce satira della New Economy e dei profondi mutamenti sociali – direi antropologici – che ha indotto (qui evidenziati con precisione quasi profetica), ma anche una riflessione sull’istintualità umana che ricorda Arancia meccanica di Burgess e le atmosfere del Don DeLillo più glaciale. Un libro che avrebbe meritato molto più successo di quello che ha avuto.



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