Suttree

Suttree
1951, Knoxville, Texas. Per sbarcare il lunario Cornelius Suttree vende qualche pesce d’acqua dolce al mercato o a qualche trattoria. La sua vita trascorre lentamente, come l’acqua fangosa che passa sotto la sua baracca galleggiante sul fiume. Il suo è il mondo dell’America del sud del dopoguerra, fatto di apatia e voglia di whisky. Non ha una donna, non ha famiglia, ha qualche amico che lo costringerà ad andare in carcere o a sobbarcarsi le aventure più strampalate fra pipistrelli con la rabbia, amori impossibili e altre diavolerie. Il suo è un mondo fatto di cose semplici, di sensazioni e di epifanie che costruiscono un’odissea rurale e nera, piena di immondizie, escrementi e situazioni al limite dell’umano. Suttree è un nuovo Ulisse che tenta di sbarcare il lunario, paladino di un individualismo e di una schiettezza che hanno radici nella tradizione letteraria americana; è l’antieroe slacker per eccellenza, capofila di quelli che si mettono le mani in tasca e per definizione non ‘hanno voglia di fare niente’. Nuovo Oblomov, si lascia attraversare dalla vita, dal tempo e dalle stagioni. Il suo è un viaggio che torna sempre e comunque nella piccola città di provincia da cui è partito. Non servono le distese del vecchio west per descrivere la malinconia e la povertà della condizione umana. Suttree è tutti noi, paladino di una condizione in eterno bilico, blade runner melò e principe dei blues del delta...
L’opera del 1979 che viene tradotta solo oggi nella stupenda versione di Maurizia Balmelli ci presenta un Cormac McCarthy inedito. Già subodorate nel suo La strada, le atmosfere di questo capolavoro ci investono con tutta la loro forza pittorica e metaforica ed esulano dal western dark per cui l’autore americano è conosciuto. La filosofia dei personaggi di questo mondo può essere descritta con un dialogo tra il protagonista e un barbone su un ipotetica conversazione con dio. Il barbone a dio: “E allora io gli chiedo: Si può sapere perché mi hai messo in mezzo a questa partita a dadi quaggiù? Non ci ho mai capito un accidente. Suttree sorrise. E lui cosa credi che dirà? Il cenciaiolo sputò e si asciugò la bocca. Non credo che possa rispondere, disse. Non credo che ci sia una risposta”. L’assenza di riferimenti a una qualsiasi ideologia, la vita vissuta in modo animalesco, senza razionale, lo sprofondare in una dimensione subumana alimentata dagli istinti di sopravvivenza ci colpiscono e dopo più di trent’anni raccontano in modo sublime la crisi contemporanea e l’instabilità di una condizione umana che man mano che si avvicina sempre di più all’apocalisse. Necessario e sconvolgente.

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