Svegliami quando sarà tutto finito

Svegliami quando sarà tutto finito

Lane Rosen trascorre insonne la sua prima notte a Latham House. I suoi genitori l’hanno accompagnato fin lì dopo un lungo viaggio in auto, in silenzio, con la radio accesa, oltre seicento chilometri lo separano ora dalla sua vita, dalla sua fidanzata, dall’ultimo anno di scuola prima del college. La mattina ha atteso invano un certo Grant che avrebbe dovuto accompagnarlo alla sala della colazione e fargli da guida, insegnandogli le regole della struttura. Ma Grant non arriva e Lane s’incammina da solo per raggiungere l’edificio già affollato dagli altri ragazzi, scoprendo che anche solo a colazione ci sono regole da rispettare, così diverse da tutto quello che ha conosciuto finora. Sadie è già alla Latham da molti mesi e in fondo non le dispiace che la malattia l’abbia trascinata via dalla sua vecchia vita, nella quale era solo una ragazza qualunque, vessata dalle sue coetanee e figlia di due separati: in quell’istituto che separa i malati dai sani ha trovato un gruppo di amici a cui appartenere, un’identità che le piace e che non vuole perdere e ora anche Lane, che aveva conosciuto alcuni anni prima ad un campo scuola, sta per entrare a far parte della sua vita, paradossalmente proprio in quel posto in cui vita e morte sono così vicine da poterle toccare…

Prendendo ispirazione da La montagna incantata di Thomas Mann e da Non lasciarmi di Kazuo Ishiguro, Robyn Schneider affronta con questo suo romanzo distopico un tema non così frequente soprattutto nei romanzi di formazione contemporanei: quello che si chiede e che inevitabilmente chiede al lettore è cosa accadrebbe se in una cittadina degli Stati Uniti un gruppo di ragazzi adolescenti malati di una forma di tubercolosi resistente a qualunque terapia conosciuta fosse costretto a convivere in una struttura che dovrebbe occuparsi di non farli aggravare in attesa e nella speranza che medici e scienziati possano trovare una cura. Cosa succederebbe a loro, alle loro famiglie, a tutti quelli che hanno paura a loro volta di ammalarsi in un momento storico in cui si ha l’illusione che tutto possa essere affrontato dalla scienza medica. Eppure la terribile epidemia di tubercolosi che nell’Ottocento provocò la morte prematura di grandi artisti, influenzandone probabilmente anche il pensiero, dalle sorelle Brönte, Jane Austen, Henry David Thoreau, Robert Louis Stevenson a Kafka, Chopin, Voltaire e Rembrandt - solo per citarne alcuni - non è poi così lontana da poter essere dimenticata. Unica nota stonata la scelta di un’immagine di copertina ammiccante che non rende giustizia al valore del libro.



 

 

 

 
 
 
 

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