Swing time

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Lei non ha nome. Ha sette anni, vive a Londra ed è nera, anche se suo padre è bianco e inglese. Lei e Tracey si scelgono per questo, alla scuola di danza, per via della pelle. Si scelgono anche se poco altro le accomuna. Tracey è “quella brava”: tecnica impeccabile, sembra nata con le scarpette ai piedi come Ginger Rogers e Jeni LeGon. Piace a tutti, e piacere è la sua priorità. Solo lei nota che il vuoto negli occhi di Tracey rimane tale anche mentre balla. Lei, dal canto suo, ha i piedi piatti e il ritmo nel sangue: il momento più emozionante delle lezioni è prima che comincino, quando il signor Booth suona il piano per accompagnare la sua voce. Sono gli anni del Moonwalk e delle popstar, gli anni in cui Aimee scala il successo una hit dopo l’altra. Nel tempo, le due amiche prendono strade sempre più inconciliabili, anche se nessuna delle due è destinata al successo: Tracey, ballerina di fila; lei, assistente personale di Aimee. Un lavoro fatto di telefonate ed email, mai più di tot giorni o settimane nella stessa città, tra eventi mondani da organizzare e capricci da soddisfare, fino al progetto più ambizioso: Aimee, che in vita sua non è mai salita sulla metropolitana, sceglie l’Africa per andare finalmente fra la gente, e donare una scuola alle bambine bisognose di istruzione. E lei, nei suoi frequenti viaggi per accertarsi che il progetto si svolga esattamente come Aimee desidera, si scopre bianca, anche se sua madre è nera e giamaicana…

Come nasce un’amicizia? Quale scintilla scatta nel momento in cui il tuo sguardo incontra il suo ed entrambe sapete di essere l’una per l’altra? E poi: cosa determina che certe amicizie restino salde per tutta la vita, e altre siano destinate a sfaldarsi? Infine: è amicizia quando una delle due vive per essere luce riflessa dell’altra, la quale - intenzionalmente o meno ‒ ne approfitta e la fagocita? La protagonista, indefinita nell’etnia e nei connotati, si dona alle donne della sua vita al punto che Zadie Smith sceglie di toglierle anche l’ultimo scampolo d’identità, e di non comunicarci il suo nome. Non è necessario. Lei è lo specchio in cui si riflettono sua madre, Tracey e Aimee: donne forti, cocciute nei loro ideali, raramente capaci di emozione. Lei non ha bisogno d’altro: né di mettere radici, né di un compagno o un figlio. La sua vita è dove loro la conducono, e il solo momento per se stessa è nei film musicali che ogni volta la fanno sognare come se fosse la prima. È in Fred Astaire e Gene Kelly, è in Jimmy Stewart e Larry Olivier, che chiama proprio così, come amici di vecchia data. Gli amici, quelli reali, si perdono nel ricordo di quei pomeriggi con Tracey, a giocare con le bambole e immaginare per loro una morte tragica da melodramma, o a provare audaci passi di danza per sentirsi come le stelle di Top of the Pops. Una storia che fa riflettere su ciò che ci faceva battere il cuore da bambine, e fare il punto su cosa ci siamo portate dietro da allora.



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