Taccuini della guerra di secessione

Taccuini della guerra di secessione

23 febbraio 1863, ospedale dell’Ufficio Brevetti a Washington, tra due file di armadi di vetro spazi larghi e profondi più o meno otto piedi: là sono i ricoverati in doppia fila, gravissime ferite e amputazioni. Luci artificiali e gemiti e nessun amico, nessun parente. Strano spettacolo “in qualche modo solenne, affascinante”. Il 24 febbraio la Casa Bianca si offre al passeggiatore notturno sotto il chiaro di luna con marmo puro e abbagliante e morbido, Casa Bianca “di future poesie, e i sogni e drammi, della terra, della notte, della bellezza e del silenzio”. Il 12 maggio, fra sabato e domenica, uno scontro furioso con i nordisti agli ordini del generale Joe Hooker, a Fredericksburg: nei boschi, notte gradevolissima, erba rigogliosa e molti bravi e buoni ragazzi a terra inermi, “e sempre altri se ne aggiungevano”; i boschi s’incendiano, lampi di cannone e nuvole di fumo, fragore urla grida di Secessionisti, il campo cosparso di feriti, “l’odore del sangue mescolato con il profumo della notte, dell’erba degli alberi”. Le radici, l’erba il suolo bagnato del sangue del – eroico, tenace, insepolto e sconosciuto – Coraggioso Soldato. Sui letti d’ospedale il ferito cerca un braccio al quale appoggiarsi, una voce che legga qualche passo della Bibbia, il conforto di una parola, quello del silenzio. Il ferito, il moribondo, cerca qualcuno che sia presente, che ascolti e che trasmetta un po’ di calore umano. 12 agosto, uno dei passaggi a cavallo del Presidente Abraham Lincoln, nerovestito, carnagione scura, occhi profondi sottili e indiretti e quei lineamenti ancora impossibili a un degno ritratto. 14 aprile 1865, profumo di lillà e serata a teatro: drappeggi con la bandiera nazionale, teatro affollato, persone allegre, violini e flauti. Un momento di silenzio tra un atto e l’altro, sospensione, e l'assassinio del presidente…

Walt Whitman, tra il 1863 e il 1865, si reca un po’ ovunque in veste di soccorritore e ovunque incontra tutti, nordisti e sudisti, o per meglio dire si dispone all’incontro con tutti ‒ “esseri umani messi profondamente a nudo” ‒ con tante situazioni, dettagli, colori e odori, erba bagnata e sangue dei feriti; passeggiate al chiardiluna e veglie sul campo e negli ospedali di Washington e dintorni. La Guerra di Secessione è colta nella sua convulsione, nel suo perturbamento, nella grossolanità del momento che si impressiona negli occhi del poeta, scene che emergono quasi sospese in filigrana, pulviscolo di frammenti e relazioni umane colte nel suo farsi – il silenzio sospeso dell’assassinio a teatro, prima del diluvio di reazioni. Il taccuino è forma-presa dinamica e a-sistematica sui giorni e gli eventi, sulle battaglie, sulle parate e i corpi in divisa che sfilano, e sull’intimo raccoglimento intorno a un letto d’ospedale in cui un giovano soldato sta morendo. Whitman assiste alla convulsione di forze conflittuali umane e “alternanza capricciosa e improvvisa di ciglia aggrottate e bellezza” nello scatenarsi dei fenomeni meteorologici. Crudeltà e bellezza di scene minori e azioni sconosciute intorno alle grandi battaglie, con quel 14 aprile 1865 come significativo perno, a rivelare a Whitman “la più chiara e fervida visione dell’autentico insieme e dell’estensione degli Stati Uniti”. Whitman auspica un punto di vista filosofico più generale per la guerra di Secessione, che pone come un’ispirazione per il futuro degli Stati Uniti, della civiltà e dell’umanità, prospettiva politica di Progresso che vada oltre la superficie delle fazioni, degli interessi, delle inevitabili crudeltà e imbrogli, risolvendo conflitti in nome del tenace Unionismo (Lincoln, sfuggente e malinconico apparire, ne è guida). Tre anni come possibile anticamera di un cammino verso un'idea di “unità politica e morale pur nelle varietà e nelle differenze” (evidenziando la condizione di possibilità offerta dal meticciato), passando necessariamente dal ricordo e dal diario di quei giorni, il rumore il suono e l’odore della battaglia, la cartografia dei morti e delle tombe: il morire, scomparire nella terra, ritornare terra.



 

 

 
 
 
 

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