Tanto per cambiare

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Millenovecentottanta e qualcosa. Tanto per cambiare, Alison Poole è incazzata persa con suo padre – cinquantadue anni, cinque matrimoni alle spalle e un conto in banca da urlo – che è in vacanza alle Isole Vergini con la sua giovanissima amichetta di turno e si è dimenticato di pagare la retta della scuola di recitazione “Lee Strasberg” frequentata dalla figlia. Mentre Alison sta tempestando di telefonate la segretaria del padre per avere un bonifico la chiama un tizio: sono il tal-dei-tali, un amico di Skip Pendleton, pensavo si potrebbe uscire insieme una di queste sere. Allucinante. Per Skip Pendleton Alison ha avuto “uno sballo ormonale della durata di tre minuti circa”: lui non la chiama da tre settimane ma in compenso a quanto pare la considera una puttanella da passare agli amici. Alison chiede al tizio cosa gli fa pensare che lei voglia-barra-possa uscire con uno che nemmeno ha mai visto e lui imperterrito inizia a raccontare con voce strascicata della serata passata con Skip “fatti come biglie” a parlare di lei. Alison avrebbe voglia di sbattergli il telefono in faccia ma sarebbe troppo poco, quindi finge di accettare di vederlo ma gli dà appuntamento davanti a una topaia di Avenue C dove abitava una sua amica “prima che i ladri le entrassero in casa per la diciassettesima volta”. Cristo, Skip. È colto, brillante, carino, ricco, si crede una leggenda e invece è solo uno stronzo. Alison telefona alla sua amica Didi per vedere se può prestarle i soldi per la scuola di recitazione. Il padre di Didi è sfondato e le passa un mensile enorme, che lei spende tutto in cocaina. C’è la segreteria telefonica. Alison e i suoi amici passano metà della vita a lasciarsi messaggi in segreteria, l’altra metà a scopare e sniffare: i primi tempi a New York Alison si svegliava alle cinque del pomeriggio con le narici intasate, i capelli incollati, roba bianca in ogni buco possibile e immaginabile e un tizio accanto – ogni volta diverso, ogni volta sconosciuto – che russava come un camion dell’immondizia…

Uscito sul finire del decennio, questo romanzo di Jay McInerney – titolo originale Story of my life, tormentone nella turbinosa e sboccata narrazione in prima persona della protagonista che in italiano è stato sostituito con un altro tormentone probabilmente più diffuso da noi e quindi più comprensibile dai lettori – è considerato a ragione uno dei più paradigmatici degli anni Ottanta, quello che si suol definire il “manifesto di una generazione”. Raccontando le avventure agrodolci di una ventenne di ottima famiglia della Virginia che vive a New York sognando di fare l’attrice nei primi anni ’80, lo scrittore di Hartford, Connecticut racconta l’AIDS (chi ne era terrorizzato, chi faceva finta non esistesse, chi se l’è cavata e chi no), racconta l’edonismo reaganiano, racconta gli yuppie e i loro riti, racconta la droga il sesso e il pop new wave. La figura di Alison è ispirata ad una ex di McInerney, Rielle Hunter, che nel 2008 salì agli onori delle cronache mondane per via della sua relazione extraconiugale con John Edwards, candidato alla presidenza degli Stati Uniti per i Democratici. Negli Usa, manco a dirlo, quell’anno il romanzo fu prontamente ristampato e visse una stagione da super bestseller con vent’anni di ritardo. Non basta: Alison Poole appare anche in due romanzi di Bret Easton Ellis, il monumentale American Psycho e il visionario Glamorama, curioso esempio di condivisione di personaggi tra colleghi e amici. Pur essendo fortemente contestualizzato temporalmente ed esteticamente, Tanto per cambiare dopo tre decenni non ha perso la sua freschezza e la sua sbarazzina trasgressività e resta una lettura piacevole e adrenalinica, un po’ come ballare un pezzo dei Frankie goes to Hollywood anche se vai per i cinquanta.



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