Taqiyya

Taqiyya
L’Iran, erede del grande impero persiano, ha dietro di sé una storia più che millenaria. È un paese dalle molte contraddizioni, sospeso tra passato e presente, tra desiderio di modernità e rigoroso conservatorismo. Alessandro Pellegatta racconta di essersi innamorato di questa terra leggendo un libro sui nomadi di montagna Bakhtiari, trovato per caso su una bancarella a Milano. Da questo momento legge tutto quanto trova sull’Iran, documentandosi minuziosamente su di esso, fino a progettare un viaggio, che realizza nella primavera del 2008. A causa di un attentato perpetrato a Shiraz il 12 maggio 2008, è però costretto a ridurre il proprio itinerario, rinunciando a spingersi ad est di Bam, in zone troppo rischiose e conflittuali. Il percorso ideato da Pellegatta si snoda attraverso diverse città e siti archeologici, per riscoprire la cultura e l’arte persiane. Queste, però, sono come soffocate dalla cementificazione in atto e dalla politica neopuritana del presidente Mahmoud Ahmadinejad, intenta a celebrare con manifesti, murales e mausolei i “martiri della Rivoluzione islamica”, specie quei giovani che si sono immolati durante la decennale guerra contro l’Iraq. È quanto gli capita di vedere a Teheran, dove le moschee sono ormai oscurate da enormi palazzoni e dove domina una retorica enfatica reazionaria, che dà l’impressione di voler azzerare il passato storico del paese. D’altra parte oggi Qom è più nota per essere la capitale dell’ortodossia sciita e khomeinista (la Guida Spirituale visse qui fino al 1964 quando andò in esilio) che non per la magnifica cupola dorata della sua moschea più famosa. Ma il cuore dell’antica Persia pulsa ancora nei bazar, in luoghi come Isfahan, Persepoli, Takht-e Soleyman…
“Nella tradizione islamica la taqiyya, traducibile in italiano come “paura, stare in guardia, circospezione, ambiguità o dissimulazione”, ha indicato storicamente la possibilità per gli sciiti di rinnegare esteriormente la fede, di dissimulare l’adesione ad un gruppo religioso e praticarne i riti di nascosto per sfuggire alla persecuzione sunnita” spiega nell’introduzione l’autore. E rileva come questo atteggiamento caratterizzi ancora la società iraniana ai giorni nostri. Si dissimulano con il conformismo ideologico e religioso le idee liberal, si dissimula con lo sigheh (il matrimonio temporaneo) i rapporti prematrimoniali o adulterini vietati dalla religione, Ahmadinejad dissimula con il nazionalismo e l’integralismo il fallimento della sua politica interna. Pellegatta individua nella taqiyya la sintesi del composito mondo iraniano. Il suo reportage esce dai canoni tradizionali del genere. Non punta infatti a scrivere un libro di viaggio descrittivo-geografico, piuttosto un saggio storico e politico, che analizzi in profondità l’anima di una popolazione costretta a subire per l’ennesima volta nel corso della sua storia una violenta dittatura. Per questo, anche quando visita città ricche d’arte e di storia, si reca nei luoghi più frequentati, i bazar, i cimiteri, i giardini, per parlare con la gente comune e per cercare di capire quale sia la sua vera condizione di vita. Vengono così sfatati certi stereotipi occidentali che vedono nell’Iran il “male assoluto” e solo iraniani fanatici pronti al martirio per l’Islam. Emerge invece l’immagine di un paese giovane, desideroso di libertà, che clandestinamente (ma negli ultimi tempi alquanto pubblicamente) contesta il sistema teocratico di governo e chiede più democrazia. L’Iran di Pellegatta non è quello che siamo abituati a vedere ai telegiornali o a leggere sulla carta stampata, è il paese reale, quello che non viene quasi mai raccontato. Lo stesso dei film di grandi registi come Abbas Kiarostami, Moshen Makhmalbaf, Jafar Panahi (di cui non si sa più nulla da quando è stato arrestato). Il pregio di Taqiyya sta proprio qua: nella descrizione autentica di una terra e del suo popolo.

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