Tatty

Tatty
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Tatty non fa la spia, è solo che non può rispondere “Non lo so” come vorrebbe sua madre alle domande della gente, almeno non a quelle più stupide come “Hai la tele? Quanti fratelli e sorelle hai? Tua madre tratta bene tuo padre? Perché tua sorella Deirdre fa versi strani?”. È per questo che a cinque anni Caroline è diventata Tatty, la chiacchierona, per questo e per tutte le volte che non è riuscita a non raccontare alla mamma le sue avventure al pub o alle corse dei cavalli con papà o forse anche per quella volta che non è riuscita a non dire alla mamma di quella cameriera con le rughe marroni che ha baciato papà. Tatty, però, dice anche tantissime bugie. Sua zia June le ha dato molte ultime occasioni per smettere di mentire, ma quando arriverà l’ultimissima non importerà perché lei ha altre zie, alcune vere come quelle che hanno mariti che la coccolano con formaggi preziosi, altre che, come Sal, coccolano sua madre con bottiglie piatte e le lasciano sfogare i suoi malumori, perché le donne quando stanno insieme parlano quasi sempre e solo male dei maschi, ma i maschi quando stanno insieme sono più divertenti, parlano di cavalli, di cose scritte sui giornali, le danno patatine e si fidano di lei, che è il loro piccolo messaggero portafortuna, le regalano cavallini. Il mondo di papà è tutto al pub e nella macchina con cui porta in giro i suoi operai e Tatty, è un mondo che sa di cibo della sera prima, di sonno interrotto all’alba, di Silvermint che bruciano la lingua ma coprono l’odore di birra, di fumo di sigaretta. Papà la ascolta e si preoccupa per lei al punto che per farlo contento si possono inventare delle amiche, ma litiga anche molto con mamma e poi non parlano per giorni, settimane, mesi, finché la seconda litigata sistema tutto o muore qualcuno o qualcuno va in ospedale, come sua madre quando ha preso troppe pillole per sbaglio. Allora sparisce anche quell’odore, che lascia tutti col fiato sospeso: il piccolo Luke a dondolarsi nel box, Deirdre, la “bambina speciale che Dio ci ha dato perché solo noi potevamo prendercene cura” a dondolarsi senza urlare, Jeannie a scambiarsi segreti con le sue bambole, Brian a cui nessuno bada molto non ha più bisogno di incolpare il suo amico Minty che vive in garage per le cose terribili che combina. Solo Tatty continua imperterrita a implorare che finisca, che non facciano più entrare quell’odore terribile e inodore in casa sua e suo padre promette, ma poi, proprio come lei con le sue bugie, non riuscirà a mantenere la sua grossa grassa, superpromessa…

Christine Dwyer Hickey ritrova i suoi occhi e le sue orecchie di bambina per farci ascoltare e vedere il mondo in cui è cresciuta. Per dieci anni, dai quattro ai quattordici, ci racconta una storia di affetti e ferocia, di collisioni e delle macerie che si sono lasciate dietro. Le vite di suo padre e sua madre si sono scontrate, fuse una nell’altra e insieme hanno bruciato come bandiere negli ultimi giorni di una rivoluzione, illuminando le vite di Jeanie, Tatty, Deirdre, Brian, Luke, e, poi, Michael di bagliori a volte sinistri, a volte radiosi come fuochi d’artificio in una notte d’estate. Tatty è il racconto devastante e sincero di una consapevolezza, di una dolorosa presa d’atto e della caparbietà con cui una bambina si costruisce armi e strumenti di interpretazione per raccontarsi la realtà, riempiendo i buchi neri di ciò che la sgomenta con la sua immaginazione, potendo contare solo sui pochi indizi che gli adulti lasciano balenare davanti al suo naso. Non c’è un solo brandello di razionalità adulta non ci sono giudizi sul padre inconcludente, sulla madre violenta, sull’alcool che scorre a fiumi, sulla sorellina disabile, in questo racconto che scorre impetuoso come un meraviglioso flusso di coscienza, che si riversa sulla carta e ti trascina in gorghi di umorismo e disperazione, sofferenza e impotenza. Solo quando si allontanerà da casa Tatty riuscirà a sbocciare, si sentirà legittimata ad essere di nuovo Caroline e, nel farlo scoprirà che per farsi degli amici non serve dare loro cose che amino come cibo o giri di bevute gratis come suo padre le avrebbe suggerito o raccontare le storie che vogliono sentire, come faceva con la signora che le dava ben cinque biscotti per sentirle raccontare i segreti di casa, ma basta essere se stessa senza rinnegare ciò di cui si vergogna o la fa stare male. Nel raccontarci questo processo Christine/Tatty non cerca la nostra simpatia, non mette in atto nessuno degli artifizi più o meno consapevoli da cui sarebbe tentato un adulto che racconta un’infanzia dolorosa, non scivola mai negli stereotipi letterari che affollano la letteratura irlandese e non solo, ma racconta una storia archetipica con parole nuove, potenti, originali, che si tatuano sulla retina di chi legge, o meglio, ascolta la voce di Tatty e le decine di altre che lei riporta con l’inconsapevolezza di un ventriloquo.

LEGGI L’INTERVISTA A CHRISTINE DWYER HICKEY



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