Teatri d’amore

Teatri d’amore

Roma, interno giorno. Amori, abbandoni, capricci, antagonismi, corna e nostalgie: una raccolta di sketch e frammenti capitolini, di storie romane d’arte, di desiderio e d’amore, tra Settecento e Novecento, con tanto di indirizzo di riferimento. Gli episodi sono divisi – in omaggio a Teofrasto e all’antica teoria dei caratteri – per attitudine e atteggiamento, secondo quattordici casistiche, vale a dire: animalisti, arrovellati, avanguardisti, collezionisti, complici, filosofi, fuggitivi, infelici, mistici, mondani, morituri, simbiotici, teatranti, visionari. In via dell’Oca 27 stavano Elsa Morante e Alberto Moravia, che nel 1948 forse stanno per lasciarsi, e il “pendolo della separazione” è stata la pubblicazione di Menzogna e sortilegio. A Palazzo Venezia, invece, Canova sente ancora l’eco delle bugie di Domenica Volpato: è il 1781, lui l’ha seguita, l’ha trovata tra le braccia di un inglese, “inquadrata nella luce fioca della stanza come in un quadro fiammingo”. A via san Nicola da Tolentino 2, invece, nel 1867 il pittore Anselm Feuerbach rifiuta che Anna Risi, detta Nanna, torni nelle sue fantasie: non riesce più a starle vicino, non vuole che sia più Medea o Ifigenia. Dietro villa Torlonia, in via Antonio Bosio 13b-15, Marta Abba deve ammettere al suo maestro, Pirandello, che quella dimora è troppo piccola per entrambi, deve restare semplicemente il suo studio: è il 1936. Sul Lungotevere, a via della Mole dei Fiorentini 28, nel 1957, Sandro Penna cerca di fermare il suo Antinoo, Raffaele Cedrino: Pier Paolo diceva che sbagliava, che era sciocco a fidarsi di lui, ma per il poeta Raffaele incarnava la saggezza animale, “il giudizio sereno del fiume che scorre”. A piazza Adriana, dietro il vecchio Mausoleo trasformato in Castello, Benedetta Marinetti, “aeropittrice d’anime”, cerca un nuovo punto di vista per rappresentare l’esistenza; il disastro della guerra è ancora distante, nella sala da pranzo si ragiona sui destini dell’avanguardia. Dietro Ponte Sisto, a via dei Pettinari 75, Dario Bellezza chiede a Massimo Consoli se davvero si sente “il papa degli omosessuali”: è il 1972. Vicino piazza del Popolo, a via Maria Adelaide 7, l’ultimo poeta romanesco, Trilussa, ringrazia Rosa Tomei per aver tenuto in ordine quel suo Vittoriale minuscolo: sta per morire, siamo nel 1950. Joyce e Nora, a via Frattina 52, meditano sul fastidio per quella città morta e per tutte quelle antichità; non hanno ancora trovato il loro Eden a Triest, in Austria: è il 1906...

Appassionante e romantica raccolta di frammenti e racconti brevi di Luca Scarlini [Firenze, 1966], scrittore, storico dello spettacolo e performer, Teatri d’amore va considerato un libro a quattro mani: per ogni sketch c’è un’illustrazione, spesso particolarmente ispirata, del veneziano Alvise Bittente, classe 1973, artista di fama internazionale. L’edizione Nottetempo è apprezzabile per eleganza e compostezza; la confezione è tuttavia probabilmente sbagliata. Il titolo è generico e deboluccio, perché da solo non significa niente: andava accompagnato almeno da un aggettivo: Teatri romani, qualcosa del genere – così com’è, invece l’impatto della copertina finisce per essere frastornante, perché l’illustrazione è attraente mentre il titolo è piuttosto respingente, perché è troppo vago. Siamo saturi, siamo esausti di teatrini sentimentali, niente affatto sazi, invece, di aneddoti e storie romane, d’amore e di morte, di cattiveria e di gioco. La bibliografia essenziale, in appendice, andava forse ampliata, o comunque parzialmente commentata; così com’è è freddina, nonostante qualche titolo spiazzante. La scrittura di Scarlini si presta alla performance, e in un certo senso questo suo libro è una galleria di bozzetti destinati a una rappresentazione teatrale; come prevedibile, non mancano tempi morti, passi falsi e vicende trascurabili, spesso compensate, tuttavia, dalla buona vena di Bittente. Tra le altre storie romanesche degne di nota, segnalo almeno Casa Bellonci in viale Liegi, nel 1947, ai tempi dell’inaugurazione dello Strega; Grazia Deledda e il suo agente seccati dalle ironie di “quel siciliano arrivista”, cioè Pirandello, a via Cadorna 29, nel 1911; i due frammenti dedicati a De Pisis, quello con Palazzeschi [via dei Redentoristi 9, 1941] e quello col barcarolo Ciriola [via di Monserrato 149, 1922]. Notevole l’episodio Bontempelli-Paola Masina, Corso Trieste 112, 1938: c’è tutto Nascita e morte di una massaia, c’è la fuga a Parigi, ci sono i trent’anni di distanza e lo scandalo. Forse il pezzo più esatto. Davvero emozionante, infine, l’epilogo [Hendrik Andersen piange Henry James, dietro villa Borghese, nel 1925]: nelle ultime tre righe c’è forse l’annuncio di un altro libro, di ben diverso respiro.



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