Tempi difficili

Tempi difficili

Una vita imperniata sull’esaustività dei fatti nudi e crudi senza le oziosità levi delle emozioni è quella che Thomas Gradgrind disegna per i suoi due figli Tom e Luisa. Non esiste, non può esistere altro per i due ragazzi che le “cosologie” che imparano a casa, mettendo una dietro l’altra nozioni su nozioni, dati di fatto. Questa è l’unica filosofia possibile, la sola al passo coi tempi, spiccia, concreta, “eminentemente pratica”. Ma è una filosofia che genera mostri, un utilitarismo selvaggio che non prevede la felicità e non prepara alla vera esistenza né educa alla saggezza. Succede così che, in ossequio al mero calcolo della convenienza, Luisa si trovi schiacciata da un matrimonio senza amore e poi vittima di un seduttore annoiato da tutto e Tom - a cui la libertà precipita tra capo e collo senza filtri e senza sforzo - piombi in una spirale di cattiveria e opportunismo. A Thomas Gradgrind, che raccoglie il frutto marcio dei suoi figli stravolti e cannibalizzati per sempre dalla struttura archetipica della filosofia positivista, non resta che riconoscere il fallimento delle proprie idee, sconfessare il proprio stesso metodo educativo. Ammettere che oltre ai fatti ci siano le cose e che non tutto possa essere calcolabile, prevedibile, millimetricamente misurabile…

Austerità, rigore, misura erano le parole d’ordine dell’Inghilterra vittoriana, la stessa Inghilterra che Charles Dickens si è posto di criticare in Tempi difficili. Al bando gli svenevoli sentimentalismi, la levità d’animo. Lavorare, lavorare, produrre, morire, calcolare, calcolare, calcolare. Nell’Inghilterra lanciata nel processo industriale gli individui sono “mani” devote - direttamente od indirettamente - alla gnoseologia del positivismo e i sentimenti roba da donnicciole, da circensi e pervertiti. In questo romanzo circolare, ironico e appassionato, in cui l’ombra magra e disperante della vita degli operai si staglia con prepotenza sui colletti inamidati dei padroni del vapore, Dickens ci mostra dove si possa arrivare estremizzando quella logica dell’utilitarismo che sottende il progresso: aridità, anaffettività, cupidigia. Il riflesso sociale dello sviluppo industriale sono vite posticce che sanno perfettamente quanto sia alto un monte e conoscono a menadito la composizione chimica di un minerale, ma non hanno idea di cosa sia esattamente stare al mondo e ignorano la durezza, la disumanità e l’annichilimento delle condizioni di vita e di lavoro di chi quella logica positivista, industrialista, produttivista la subisce sulla propria pelle.



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