Tempi stretti

Tempi stretti
L’Italia settentrionale del boom economico postbellico, così come il cerchio industriale che circonda Milano, è un agglomerato metalmeccanico in evoluzione. I contadini dal meridione salgono verso il nord in cerca di lavoro. Rimarranno schiacciati dai tempi e metodi di una vita che li obbligherà all’interno delle fabbriche per dieci ore al giorno e la sera scapperanno dalla fabbrica correndo, “quasi scoppiando fuori”, così come Ottieri sapientemente descrive il loro tornare a casa. La catena di montaggio trasforma i contadini in operai e gli operai in utensili per stampi e presse. Il cottimo serve a tenere le loro nuche schiacciate contro la macchina alla quale sono stati assegnati, ma i soldi bastano appena per sopravvivere in una città che divide industriali da manovalanza. Non uno degli operai spera di tornare al proprio paese, limitandosi a spedire quel che resta della busta paga a una famiglia che forse non rivedrà più. Il microcosmo umano che si forma dentro la fabbrica è nuovo, mai visto in un’Italia da rifare. Giovanni e Emma, i protagonisti di Tempi stretti,  sono due giovani emigrati al nord, plasmati ciascuno dalla propria vita in officina, che si odia e che si ama. Perché la realtà è proprio questa, vera come il sentimento combattuto che si prova lavorando per la metalmeccanica. Quei muri, quei pavimenti, quelle macchine, si amano e si odiano e ci si domanda quotidianamente il perché. Un sentimento simbiotico nasce tra uomo e utensile e fatica a morire, entrando a far parte del meccanismo meccanico e metallico e del ritmo produttivo sempre uguale eppure sempre e inspiegabilmente diverso. I tempi stretti si sommano dilatandosi, trasformandosi in una vita intera, preannunciando quella che oggi è la vita sociale dei nostri operai metalmeccanici…
Uscito per la prima volta nel 1957, ristampato nel 1964, vede per la terza volta la luce questo romanzo, che insieme ad altri egregi esempi scritti all’epoca come Gymchana-Cross di Luigi Davì, descrive magistralmente la condizione operaia che da uno stato germinale si fa sempre più chiara e forte. La fabbrica, il boom economico, impongono dei ritmi frenetici che da lavorativi diventano sociali, emotivi. Danno, come una moda, l’imprinting a tutto il resto e chi ne fa parte non ne può, o non ne vuole, più uscire. I gesti ripetitivi, la geografia interna delle fabbriche, soprattutto di quelle a conduzione famigliare come la Alessandri qui descritta, hanno il potere di impostare un mondo dove uomini e donne vivono una vita che, con gli anni, diventa sempre più la loro unica vita, nel bene e nel male. Alla fabbrica e al proprio posto di lavoro, ai propri utensili, ci si affeziona tanto quanto a un parente. E non è solo un modo di dire. Perciò la narrativa che ne spiega i meccanismi non è affatto sorprendente, ma come in un dipinto, meravigliosamente descrittiva di un dettaglio umano che altrimenti resterebbe chiuso tra la timbratrice e l’ufficio del personale, in quattro mura metalmeccaniche abili a chiudere fuori il resto del mondo.

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