Tempo di lupi e di comunisti

Tempo di lupi e di comunisti

È il Signore che la manda, vero? La Svizzera è il Paese del Signore, no? No, l’ha mandata la Croce Rossa perché è scoppiato il colera, ma no, il fatto è che il centrosinistra è andato al potere e quindi, invece di rivolgersi al sindaco, la Croce Rossa si rivolge al PCI. Queste sono alcune delle voci che si rincorrono per le strade di Caccamo all’apparire di una macchina con targa svizzera sulla piazza davanti al castello del paese. Alla guida c’è Vera Pegna, entusiasta neofita nelle fila del PCI nei cui ranghi si è arruolata dopo una entusiastica ma infruttuosa esperienza nelle fila del movimento pacifista di Danilo Dolci. La sede del PCI di Caccamo è poco più che una stanza deserta, popolata da un colorito e peculiare terzetto: Gaetano Piraino, Beppe Li Volsi e Angelo Carbone, oltre che dai fantasmi degli idealisti che hanno tentato di fare una politica onesta, di sinistra e legalitaria finendo uccisi, costretti ad emigrare o annichiliti nel corpo e nello spirito per opera di “don” Peppino e suo fratello prete Teotista Panzeca, inattaccabili capi della mafia locale con protezioni e agganci fino in Vaticano. La sede del PCI ormai funziona quali solo come luogo assistenziale e camera del lavoro, il Partito non ha iscritti e i pochi simpatizzanti non osano nemmeno alzare gli occhi durante i primi comizi organizzati da Vera in vista delle elezioni amministrative straordinarie. Il PCI non presenta una lista a Caccamo dal 1948 e l’obiettivo che la Direzione provinciale ha dato alla compagna “Peravegna”, come la chiama Piraino, per farle fare le ossa sembra fantascientifico ma lei riuscirà a sfruttare la curiosità scatenata dalla “forestiera” ed esordirà alla prima riunione con una frase che è una dichiarazione di guerra: “Sono qui da poche ore e ho già sentito cose terribili, ingiustizie enormi, storie di emigrazioni forzate, di soprusi, di fame, di assassinii. Per le strade non si può stare per la puzza di fogna. Le donne passano le loro giornate davanti alle fontanelle ad aspettare che venga l’acqua. Vivete come se la vita umana non contasse niente. Vivete senza desideri e senza speranze per voi e per i vostri figli. Questo, altrove, non esiste più. È roba di altri secoli. E tutto per colpa della mafia. Ma è anche colpa di chi non si muove. Tutti uniti siamo più forti di loro. Io non so che cosa si deve fare. La sola cosa che so è che rimango qui con voi, combatteremo insieme. Ma io senza di voi non sono niente e mi dovete aiutare a capire la situazione come prima cosa. Parlatemi, io vi ascolto e vi faccio domande e voi raccontatemi tutto”…

La Vera Pegna idealista ventunenne che arriva a Caccamo fresca di studi in Svizzera è figlia di antifascisti militanti con una forte avversione per il comunismo, più vicini a Giustizia e Libertà che alla sinistra del tempo, ma una volta abbracciata la causa comunista, Vera si impegna fino allo spasimo, con il fervore di una sanculotta e fede assoluta nelle possibilità di riscatto offerte dalla partecipazione popolare al potere. Tempo di lupi e di comunisti è un memoriale denso di documenti, corredato da fotografie, in cui l’autrice registra con precisione capillare e profonda capacità critica gli eventi di cui è stata protagonista, le lotte che, pur nel quadro dei massimi sistemi, finivano per prendere le mosse dal quotidiano: la difficoltosa spartizione dei raccolti applicando la legge in vigore, le processioni dei santi protettori, i consigli comunali della DC con tanto di poltrona per il capomafia accanto a quella del sindaco prestanome. Vera non si ferma alle parole, registra in un interessantissimo lavoro a metà tra il saggio antropologico e l’aneddotico non solo la sua opera indefessa e quella del manipolo di idealisti che l’accompagnavano per far crescere la coscienza e la consapevolezza dei diritti nei mezzadri, nei contadini, nelle donne ma anche le denunce alla prima commissione antimafia, la celebrazione degli eroi anonimi, dei braccianti uccisi nel corpo o nello spirito solo per aver creduto in un’idea. Il passaggio di Vera Pegna nel 1962 ha lasciato un segno profondo nella Caccamo degli impavidi, di coloro che alzavano la testa contro il sistema mafioso, delle donne come Concetta Minerva che ne ha raccolto il testimone nella sezione del PCI di coloro che ancora nel 2012 partecipano al progetto Caccamo Domani in nome di quelle idee di uguaglianza e partecipazione i cui germi sono stati diffusi 50 anni prima da quella “fimmina tinta”. La storia delle lotte del PCI in Sicilia negli anni dal dopoguerra ai Sessanta, raccontate con lucidità e vissute con indefettibile entusiasmo dai braccianti, si stempera nel successivo smorzamento e contaminazione dei valori che non ressero al prezzo eccessivo pagato a una guerra che vedeva protagonisti eroi loro malgrado lasciati soli da tutti. Le riflessioni di Vera del 1962, arricchite da un aggiornamento del 2012, dimostrano chiaramente che, se la politica abdica alla possibilità di costruire programmi basati su ideali, su progetti di lungo corso che prendano le mosse dalla condizione umana ed aiutino le persone a proiettarsi in un futuro lontano, facendo venir loro voglia di porre le basi per la costruzione di un mondo migliore che probabilmente non vedranno, non ci sono quote rosa in grado di garantire l’afflusso di persone di valore in politica. Tempo di lupi e di comunisti è un testo breve ma prezioso, che dovrebbe essere di lettura obbligatoria per chiunque decida di entrare in politica o di smettere di interessarsene.



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