Tempo di morire

Tempo di morire
Krzysztof Zanussi, oltre settant’anni sulle spalle dei quali ben cinquanta passati dietro la macchina da presa con un estro, una fantasia, ma allo stesso tempo un rigore ed una morale propri solamente di chi ha vissuto da intellettuale, ricercatore, fisico, filosofo e cineasta in Polonia dagli anni ’60 ad oggi. Di estrazione cattolica e tutt’ora membro della Pontificia Commissione per la Cultura, è divenuto celebre in tutto il mondo con “Da un paese lontano”, film che dedicò nel 1981 alla figura di Giovanni Paolo II e tre anni più tardi per essersi aggiudicato il Leone d’Oro alla Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia con “L’anno del sole quieto”. Complice una letteratura quasi inesistente, in Italia molte delle sue migliori pellicole (“La struttura del cristallo” e “Illuminazione” su tutte) rimangono invisibili e sconosciute al grande pubblico. Ciononostante Zanussi resta legato alla terra cui deve le sue origini (dal Friuli i suoi avi si trasferirono in Polonia), non solo masticando un perfetto italiano, ma anche girando film come “Persona non grata”, del 2005, in cui ha voluto a recitare Valeria Golino, Renzo Balducci e Remo Girone. Rendere il portato di una personalità così sfaccettata, di un uomo di cultura tanto istrionico e di una figura così emblematica per il cinema est europeo come quella di Zanussi, sarebbe stato difficile anche per il critico più varato: ecco, forse, perchè Krzyszotf stesso ci propone i suoi “ricordi, riflessioni, aneddoti”, in questa autobiografia...
E’ impossibile negare che a prima vista Tempo di morire possa apparire come un mattone un po’ difficile da digerire: quasi quattrocento pagine su un regista che non ha mai fatto dell’intelleggibilità alle masse il suo cavallo di battaglia possono sembrare una mezza avventura per chi di Zanussi non è il più pervicace sostenitore. Ma la prosa appassionata, intensa e confidenziale allo stesso tempo, i numerosi aneddoti e le curiosità pescate dal cilindro dei ricordi fanno da contraltare alle pause riflessive che Zanussi si concede e danno forma ad un racconto che non è solo la storia di una vita, ma piuttosto l’occasione per entrare a stretto contatto con i paesi protagonisti della guerra fredda; per rendersi conto di quanto il blocco sovietico potesse influenzare e limitare gli intellettuali del tempo, ma allo stesso tempo esserne una delle primarie fonti di ispirazione. Per capire insomma quanto Zanussi, regista, produttore e uomo di cultura a tutto tondo non potesse prescindere dalla situazione politica che viveva giorno dopo giorno e quanto molte delle sue pellicole siano effettivamente figlie, ripetiamo nel bene e nel male, di un certo periodo o comunque di una reazione ad esso. Quello che Tempo di morire sembra richiedere (un impegno di lettura non indifferente) è in realtà poco più che apparenza: superato il primo scoglio, il pregiudizio che vuole il cinema est-europeo un polpettone indigeribile, la lettura apparirà discretamente scorrevole.

 

 

 

 
 
 
 
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