Tempo di vivere, tempo di morire

Tempo di vivere, tempo di morire

Seconda guerra mondiale, fronte russo. Ernst Graeber ottiene la prima licenza dopo due anni. Ha combattuto in molte parti d’Europa, è stanco, sa che la guerra è persa ma che si deve proseguire per garantire al Reich ancora qualche mese, o anno, di sopravvivenza. L’ultima lettera dei genitori risale a qualche settimana prima, ma chissà quando è stata scritta, i tempi di arrivo dalla Germania sono sempre più lunghi. Ernst attende il suo letto, e il caffelatte, e il profumo di fiori freschi. Perché la patria non è stata toccata, né dilaniata, i suoi superiori non fanno che rammentarglielo. Ernst parte, ma la ferrovia non arriva più al suo paese. Deve prendere l’omnibus, e poi a piedi. Quando arriva, non riconosce più la sua casa. È bruciata e crollata, così come quelle accanto, niente numeri civici, niente corpi familiari sotto le macerie, niente oggetti o segni della loro presenza. Ernst scava, e scava, poi si unisce alle lunghe file di chi cerca i dispersi, poi ancora cerca un alloggio, e qualcosa da mangiare. Ritrova persone del suo passato: Alfons, compagno di scuola diventato Kreisleiter delle SA; il suo sovversivo professore di religione, il signor Pohlmann, che aiuta gli ebrei a scappare; ed Elizabeth, che ricordava bambina, e la cui bellezza lo riconduce, inspiegabilmente, alla vita…

Questo romanzo ha una storia curiosa. Fu pubblicato a condizione di una pesante censura e stampato per intero solo nel 1989, quasi vent’anni dopo la morte dell’autore. Erich Maria Remarque è uno di quei nomi di cui fidarsi, quando si vuole studiare meglio gli anni della guerra. A scuola abbiamo letto tutti Niente di nuovo sul fronte occidentale, per intero o a stralci. Quel romanzo parlava della Prima guerra mondiale, questo della Seconda, ma non fa differenza. Di lui ammiriamo la capacità di guardare oltre le date, i luoghi e i nomi che già sapremmo snocciolare a memoria, e di trasmetterci la guerra come un’esperienza tattile, anzitutto. Quando Ernst scava tra le macerie, sentiamo la terra grattarci sotto le unghie. Quando mangia carne in scatola e beve vodka clandestina, ne sentiamo il sapore e ci convinciamo che siano davvero buonissimi. Quando sente la sirena e corre verso il rifugio più vicino, ci sentiamo le orecchie scoppiare. Quando il suo paese è bombardato di nuovo, sentiamo i vestiti surriscaldarsi, e pure la pelle lì sotto. Leggere Remarque è questo, spostarci da dove siamo e andare lì, e capire come si viveva in quelle date e in quei luoghi. Che la guerra sia dannatamente ingiusta, ce lo ricorda attraverso le parole dei personaggi, ma non ce ne sarebbe bisogno. Bastano le descrizioni.



 

 

 

 

 
 
 
 

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