Tennis, tv, trigonometria, tornado

Tennis, tv, trigonometria, tornado

Secondo me non è per niente vero che “per uno del Midwest, la matematica del college produce un’evocazione catartica della nostalgia di casa”, intanto perché uno del Midwest (o di qualsiasi altro Stato, americano e non solo) dovrebbe essere capace di scriverla, una frase del genere, e poi perché – per avere un rapporto così trasversale, polisemantico e pluriversatile con la matematica – è necessario essere uno terribilmente brillante, Midwest o non Midwest. E di brillante, per non dire fulgido, in Illinois, c’era David Foster Wallace, che ci racconta delle cose sorprendenti su delle robe che, a stento, uno di normale intelligenza, riuscirebbe anche solo lontanamente a combinare insieme. Tipo il tennis e la trigonometria, con la variabile climatica dei tornado. In pratica, succede che D. F. W. È stato un bravo tennista, più o meno fino al sopraggiungere della pubertà, ma la sua propensione a tale disciplina sportiva non era data da particolari doti atletiche bensì (nerd in ascolto drizzate le orecchie) dalla sua predilezione per la matematica intuitiva. Uno che si trova a proprio agio fra le linee rette, siano esse costituite dall’orizzonte piatto del già citato Midwest o dai bordi bianchi di un campo da tennis, (“amavo la raffinata relazione delle linee rette più di ogni altro ragazzino con cui sono cresciuto”), uno che è capace di sfruttare la traiettoria del vento quando ribatte una palla (“vento maledetto che premiava l’automatismo prudente invece che l’energia e la spavalderia”), va da sé che qualche bel colpo e qualche bel match se lo porta a casa. Insomma, già da adolescente, uno degli autori di culto della letteratura americana contemporanea, iniziava a sperimentare quella abilità, tutta post-moderna, di mescolare le cose, l’alto e il basso, la teoria pura con la quotidianità spicciola, per arrivare a una osservazione della realtà filtrata da un esilarante prisma sfaccettato, eppure non meno nitido e chiaro nel ri-tracciare i contorni di questi tempi un po’ sfuggenti…

Ciò che affascina nella lettura di questi saggi scritti all’inizio degli anni novanta è proprio lo sguardo di D. F. W., il suo personalissimo punto di osservazione, che gli permette di “far parlare assieme” elementi della cultura contemporanea solo in apparenza antitetici. Ad esempio il rapporto fra letteratura e televisione, una analisi accuratissima e profonda che non demonizza affatto il mezzo televisivo, la cui unica responsabilità è quella di riproporre ciò che il pubblico occidentale vuole vedere e vuole sentir dire di se stesso. È semmai la nuova letteratura che deve attrezzarsi di rimando, e lo fa, secondo Foster Wallace nel momento in cui riesce a “rendere strano ciò che è familiare” o reso forzatamente familiare e forzatamente innocuo dal flusso continuo delle immagini. Che ci racconti di una mastodontica fiera campionaria che pare uscita da una puntata dei Simpson, o discetti di critica letteraria post-strutturalista (“Derrida seguendo Heidegger, Barthes Mallarmé, Foucault Dio solo sa chi…”) o faccia l’infiltrato nel set di “Strade perdute” di David Lynch (uno dei saggi più belli dell’intera raccolta), la scrittura di Foster Wallace è sempre attraversata da lampi di ironia e la sua illuminante intelligenza non cade mai nella trappola della critica sociale livorosa, né si barrica dietro una fiera iconoclastia. “Come si fa a essere autenticamente iconoclasti quando Burger King vende gli onion rings con lo slogan ‘Qualche volta devi infrangere le regole?’” Questi saggi fanno l’effetto di una fichissima jam session jazz, dove il fraseggio non è mai accademico, dove ogni a solo contribuisce ad arricchire “il pezzo” e a stare perfettamente nell’insieme e dove, soprattutto, il pianista, il contrabbassista, il sassofonista e il batterista è sempre un solo unico grande musicista. Pardon, scrittore.



 

 

 

 
 
 
 

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