Teoria generale dell’oblio

Teoria generale dell’oblio

L’uomo comincia a inseguirlo gridando: Frazionista! Frazionista! e in pochi secondi una moltitudine prende a dargli la caccia. Piccolo Soba è alto un metro e ottantacinque, le gambe lunghe. Da adolescente ha fatto atletica. Ma i mesi passati in una cella stretta gli hanno tolto il fiato. Per i primi cinquecento metri riesce a distanziare gli inseguitori. Pensa di averli addirittura seminati. Sfortunatamente, il tumulto attira altra gente. Sente il petto che gli scoppia. Il sudore gli cola sugli occhi, appannandogli la vista. Una bicicletta, all’improvviso, gli compare davanti. Non riesce a schivarla e le finisce addosso. Si alza, la prende e torna a guadagnare terreno. Curva a destra. Un vicolo cieco. Lascia la bicicletta e prova a saltare il muro. Un sasso lo prende sulla nuca, sente in bocca il sapore del sangue, un capogiro. Un attimo dopo è in un’auto, ammanettato tra due militari, e tutti gridano. Morirai, verme! grida quello che guida. Abbiamo ricevuto l’ordine di ammazzarvi tutti. Prima ti strappo le unghie, una a una, finché non parli e dici tutto quello che sai. Voglio i nomi dei frazionisti. Ma non gli strappa nemmeno un’unghia. Un camion gli finisce addosso all’incrocio seguente, sbattendo l’auto sul marciapiedi. La porta sul lato opposto all’impatto si apre, e Piccolo Soba si vede catapultare fuori insieme a uno dei due militari. Si rimette in piedi a fatica, scrollandosi di dosso il sangue, suo e di altri, e le schegge di vetro. Non ha nemmeno il tempo di capire cosa sta succedendo. Un tipo robusto, con un sorriso nel quale sembrano brillare sessantaquattro denti, gli si avvicina, gli mette addosso una giacca per coprire le manette e lo trascina via. Quindici minuti dopo entrano in un palazzo elegante, sebbene molto degradato, e salgono undici piani a piedi, Piccolo Soba zoppicando parecchio, perché si è quasi rotto la gamba destra. Gli ascensori non funzionano, si scusa l’uomo dal sorriso splendente. Quelli che vengono dalla campagna lanciano la spazzatura nell’ascensore, è pieno fin quasi al soffitto…

L’Angola è uno stato ricchissimo di materie prime e incastonato nell’Africa centrale tra Congo, Zambia, Namibia e l’Atlantico, sfondo tipico per le storie di Agualusa, che ha una prosa ricca, ampia, lirica, varia, allegorica, articolata, caleidoscopica, sensuale e struggente, che costruisce un mirabile apologo della solitudine e della diversità, che in Angola è nato e che è di lingua portoghese come i colonizzatori che di quel paese hanno fatto, come di norma, ahimè, scempio. Nel 1975 nella capitale Luanda c’è una speranza che fa garrire le bandiere come un vento fortissimo, quella dell’indipendenza dopo la lunghissima e prostrante dominazione lusitana. Il problema è che il vento si trasforma presto in tempesta: se a Lisbona la rivoluzione dei garofani che ha estromesso dal potere Salazar è appena finita, qui la tragedia della guerra civile sta appena cominciando. E figuriamoci che influsso possa avere un tale disastroso orrore sull’anima di una persona fragile come Ludovica, detta Ludo, che vive con la sorella e l’uomo di lei, un ingegnere, in una delle residenze più belle di Luanda – il Palazzo degli Invidiati – ma che è semplicemente terrorizzata da tutto. Quando le cose si mettono male la sua risposta è tenere il mondo fuori. Si barrica. Prima a livello metaforico, poi letterale. Si costruisce un rifugio per sopravvivere in quello che diventa sempre più uno scheletro inanimato, una prigione protettiva, un monumento all’abbandono, una testimonianza del passato perso per sempre e dell’innocenza smarrita, un alveare decaduto, in principio splendido e lussuoso ma poi disabitato, fatto di spigoli e muri, nel quale lei, con forza, tenacia, genio e intelligenza, ma anche un perenne tormento nel cuore, esercita la sua personale resistenza alla disperazione e all’inaccettabile che fa troppo male e non si può non rifiutare, ignara per un tempo sempre più lungo, che pare scolorarsi nell’infinito, di quello che accade altrove, in quell’esterno che ha smesso di rammentarsi di lei.



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