Teresa all’Inferno

Teresa all’Inferno

Ernesto è davanti ad una strana densa poltiglia e a tutta la sua vita che scorre. Si è appena tagliato le vene e la morte che arriva lo trascina all’inizio della sua avventura terrestre: la nascita, il primo giorno di scuola, la paura dell’abbandono. Quella paura che lo ha portato fin lì. Teresa è all’inferno e, esattamente come il suo omologo dantesco, incontra da subito il suo Virgilio: tale Daniele M. Cimavadio, pronto ad accompagnarla dall’Abisso alla Redenzione. Così inizia, con la celeberrima incisione “lasciate ogne speranza voi ch’intrate”, il viaggio incontro a coloro che in vita sono stati sconfitti dal peccato perché l’interesse ha sovrastato la volontà. Uomini come funamboli sempre in bilico tra il bene e il male. Così anche per Ernesto. Cinque anni prima, in un bar, un pugno ben assestato nel bel mezzo della faccia gli ha cambiato la vita, modificando il suo percorso. Rischiando tutto per una donna. Per amore. Teresa e Daniele, oltrepassato Caronte, si imbattono nei superbi: politici e attori si intravedono nel gruppo di corpi resi “piccoli, brutti, tra tutti eguagliati” da una giusta legge del contrappasso. Gli incontri che seguono lasciano Teresa sempre più attonita: lussuriosi, mercificatori di sentimenti ed emozioni, colpevoli di prostituzione culturale, fino ai peggiori che hanno sempre e solo desiderato potere e guadagno. Al centro della terra, vicinissimi al satanasso, i mafiosi. E con questi tanti (troppi) politici contemporanei...

In quale girone Teresa incontrerà Maurizio Costanzo, Vanna Marchi, Benedetto XVI, Vittorio Sgarbi, Erika e Omar, Marchionne? Per tutti, Ernesto compreso, unica è la colpa: l’incapacità di amare. Incarnata dai dannati e dall’Ernesto-pensiero, uomo postmoderno, annichilito e annientato da un amore totalizzante che riempie una vita troppo vuota. Ernesto è un inetto, immerso nella lettura anziché nella vita e nelle relazioni. Al contrario del fratello, Teresa è generosa e sensibile e trova nella sua guida infernale un punto di riferimento importante. Quello che Ernesto non è stato capace di essere. Dietro la figura di Daniele M. Cimavadio (anagramma di La Divina Commedia) si cela, infatti, il professore universitario che ha aperto all’autrice le porte della critica dantesca fino ad una curiosa tesi sulle riscritture pop della Comedìa. In questo interessante ed originale scritto (inserito in un’altrettanta originale collana di stravaganze letterarie), corrono parallelamente prosa e poesia: i capitoli della narrazione cedono il passo ai canti e alle terzine, in un’alternanza che crea ritmo e incalza la curiosità del lettore, fino all’imprevedibile finale. Ironica e profonda satira della modernità degradata e senza valori. Un triste canto al nostro Paese ormai dimentico della sua storia e incapace di apprezzare la bellezza. Perché, come già prima di Teresa ricorda il principe Miškin ne L’idiota di Dostoevskij, “la bellezza salverà il mondo”.



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