Terra perduta

Terra perduta
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Gli O’Malley coltivano con sacrificio e dedizione i loro 10 acri di terra. Patate, come in quasi tutta l’Irlanda. Non che quella terra sia davvero loro: come gli altri, pagano ai proprietari inglesi un fitto gravoso. Oltre alla durezza della vita contadina, devono sopportare la perdita della madre, morta nell’incidente che ha reso invalido uno dei figli maschi. Sono nonna Mary e la giovane Grace a caricarsi sulle spalle il fardello di addolcire i cuori degli uomini di casa. Quando Squire Donnelly, il proprietario inglese, chiede la mano di Grace, il capofamiglia si convince che si tratti di una svolta provvidenziale; Grace, dal canto suo, è felice di affrontare, secondo il volere di Dio, un futuro che le permetterà di essere d’aiuto ai suoi cari. Purtroppo, il matrimonio si rivela presto ben diverso dalle attese: la furiosa prepotenza del marito la costringe ad affrontare umiliazioni e violenze. Intanto, appena fuori dalle mura della sua nuova casa, l’Irlanda piange i suoi figli: una terribile carestia dilaga nel paese, i raccolti di patate distrutti da un parassita, i contadini ridotti alla fame. Orde di accattoni vagano e muoiono per le strade, stroncati dalla fame o dalle epidemie. Nello sconquasso generale, un sentimento di rivalsa inizia a farsi strada tra i contadini, che riescono a coagulare le loro (poche) forze intorno ad alcune menti: Sean, il fratello di Grace, e Morgan, amico carissimo suo e della mai doma ragazza…

Si potrebbe partire dal titolo, a riflettere su questo romanzo. In italiano è sparito l’originale Gracelin O’Malley, chissà perché visto che, senza fare del sessismo da bar, i personaggi femminili sono cruciali. E non solo la straordinaria protagonista, modernissimo esempio di emancipazione che non rinnega un autentico spirito di carità. Va abbastanza da sé che, dove le donne abbiano un ruolo letterario preminente, anche l’amore debba essere rappresentato. E in effetti, qui, c’è anche una struggente storia d’amore. Ma non è tanto quella, che intride lo scenario storico: piuttosto, è una somma di rispetto per la propria religione, amore per la famiglia, caparbio attaccamento alla propria terra. L’Irlanda di metà Ottocento ci è qui restituita in maniera romanzata ma del tutto aderente al reale, piegata dalla grande carestia, afflitta dalle epidemie, schiacciata da un governo sordo e aristocratico che non si vuole mischiare al volgo appestato. I primi movimenti indipendentisti (semi di quelli, poi decisivi, d’inizio Novecento) sono qui rappresentati in maniera tanto epica quanto umana, seguendo il conflitto interiore dei protagonisti fino al momento risolutivo in cui ciascuno prende il proprio posto nel grande quadro della storia. Il tutto, con una narrazione bella, fluida, importante ma mai soffocante. Impossibile non attendere con ansia il seguito.

 

 

 

 
 
 
 

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