Terrarium

Il mondo è impazzito. Nessuno sa spiegare come e perché sia successo, forse un fenomeno solare, ma la luce è cambiata e le cose ora hanno tutte un colore diverso: alberi blu, cielo giallo o viola, prati azzurri e soprattutto acqua nera. La pioggia è nera, il mare è nero e dal quel mare nero sciamano a milioni anfibi, rettili e pesci mutanti che vengono arginati a fatica con barriere elettrificate erette su ogni spiaggia. Le strade delle città sono semideserte, si vive barricati in casa e le poche volte che si esce lo si fa bardati da cappotti e stivali protettivi, armati di alabarde elettriche per difendersi dai rettili voraci, pronti ad assaltare in massa qualsiasi cosa si muova e predati a loro volta da stormi di falchi e nugoli di insetti. Un uomo, ex attore e regista teatrale, trova rifugio nella stanzetta che era stata di suo padre, nella soffitta del teatro gestito da anni dalla sua famiglia, in cui - nonostante l’apocalisse incombente - una improbabile compagnia sta provando l’Edipo re di Sofocle. E tra gli oggetti del padre, l’uomo intesse una corrispondenza immaginaria con la madre, raccontandole i suoi pensieri, l’orrore del mondo e le ombre della sua anima…
In questo breve, visionario romanzo Giorgio Manacorda percorre tre sentieri divergenti. Esplora con lucida ferocia gli abissi insondabili di un rapporto tra madre e figlio pieno di rancori e segreti, tratteggia un apologo a suo modo lieve, sebbene commosso, sulla forza riscattatrice del Teatro e infine racconta una catastrofe ecologica spaventosa, una sorta di sanguinosa ribellione della Natura contro l’uomo. Il filo che lega queste tre sottotrame apparentemente inconciliabili è l’inconscio, qui spaventoso e senza controllo: il rapporto edipico nella vita e sulla scena, il ribollire cannibale di animali-simbolo (serpenti, lucertole, pesci, uccelli, insetti). Nelle capaci mani di poeta di Manacorda, una nera favola post-apocalittica diventa un’orazione civile e al tempo stesso un’indagine senza censure dietro le quinte. Di un teatro, ma soprattutto di noi stessi.

 

 

 

 
 
 
 
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