Terre del mito

Terre del mito
Qual è la differenza fra turista e viaggiatore? Potrebbe essere una domanda oziosa, questa. Il segreto sta “nell’idea di partenza”, nel perché si decide di mettersi in viaggio. A scomodare lo zen si direbbe che “la via è la meta”. La ragione del viaggio è viaggiare, direbbe un altro grande saggio italiano. Allora quello che rende speciale un libro di viaggi non è tanto la descrizione dei luoghi, più o meno esotici, più o meno lontani; quanto l’idea che sottende al viaggio stesso, il suo perché. Giuseppe Conte viaggia perché obbedisce a un impulso, a una specie di richiamo. Quello di seguire le voci, più o meno sopite, più o meno perdute, di antiche divinità sopravvissute all’affermarsi del cristianesimo e del suo (finto) monoteismo. Basta mettersi in cammino e cercarli, gli Dei, con un po’ di fortuna loro si lasciano trovare. Bisogna seguire una sorta di “energia spirituale”, una corrente che continua a scorrere come un sussurro nella memoria collettiva degli uomini. Il mito resiste nonostante la Storia, le scienze, le ideologie, è una forza viva e presente. In un racconto di viaggi lungo una ventina d’anni, Conte ci porta in Irlanda alla ricerca del mito celtico, fra mari scuri e roboanti che si mescolano col nero piovoso del cielo e colline verdi e lussureggianti, dove potrebbe essere quasi “normale” incontrare divinità e spiriti dei boschi, sopravvissuti all’accordo di S. Patrizio, in seguito al quale l’Irlanda divenne cristiana. In terre simili è impossibile non incappare nel fascino misterioso dei druidi, i sacerdoti celti che – perseguitati dai romani e successivamente dai cristiani – nel loro ritrarsi si spinsero fino alle inaccessibili isole Aran, dove continuarono a esercitare le loro scienze misteriche, interagendo con tutte le forze della natura. Attraverso il viaggiare e raccontare di questo straordinario narratore, abbiamo netta la percezione che lo spirito celtico non è morto del tutto, ma sopravvive nel folklore nelle fiabe, nelle grandi opere letterarie. Ma, soprattutto, sopravvive in chi riesce ancora a trasfigurare il reale, a cogliere il nesso fra gli elementi naturali, se stesso e il cosmo. È questa l’eredità che gli Dei ci hanno lasciato. E questa eredità Conte continua a cercarla, spingendosi nel nord dell’Inghilterra, oltre la Scozia, le isole Orcadi, fino ad arrivare fra l’atlantico e il mare del nord, la Norvegia e l’Islanda, alla ricerca di Odino, un'altra maestosa divinità. Tocca poi al mediterraneo, Cipro, Pafos, la terra di Venere, la Dea che più di altre rappresenta l’energia cosmica, la vita, l’eros. E poi l’Egitto, Osiride e gli angeli dell’Islam, fino a spingersi nell’India del sud alla ricerca di Krishna, Siva, Parvati e il loro figlio dalla testa di elefante Ganesh…
Un libro che avvince il lettore con racconti antichi quanto il mondo e che unisce profonde intuizioni antropologiche con una prosa alta, immaginifica e incantatrice. C’è qualcosa di più, in questo volume, rispetto ad altri bei saggi di argomenti simili di autori illustri come Calasso, Magris, Ginzburg o Zolla, qui c’è il grande scrittore, che, come un moderno sciamano, sa usare il potere evocativo della parola, per mettersi in comunicazione con gli Dei e farceli sentire ancora vivi. "C’è una feritoia per cui passare e sfuggire all’inerzia dell’io: gettarsi nel movimento incessabile delle cose, credere nella promessa di gioia del cosmo". Un libro importante e prezioso come un antico testo sapienziale.

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