Terroni

Terroni
Stazione di Roma-Tiburtina, anni Novanta. Viaggio sulla rotta della natia Taranto per Giancarlo De Cataldo con l’obiettivo di scrivere un reportage sulla sua città, la sua regione e sul Sud, in generale. In corriera, suo malgrado, l’autore carpisce le chiacchiere di due sue concittadine, sedute poco lontano. La coppia di amiche, eleganti quarantenni della media borghesia tarentina, è intenta a scambiarsi impressioni sul giro per i negozi del centro capitolino, conclusosi senza alcun acquisto poiché poche erano le cose di qualche interesse e tanta, invece, la maleducazione dei commessi. Le signore concordano che «Questa è Roma. Già Milano è tutta un’altra cosa». A parer loro, la città lombarda non solo è insuperabile quanto a novità commerciali, boutiques e professionalità, ma la sua efficienza organizzativa la rende migliore in tutto, tanto che “a ragione” i meridionali non possono che sentirsi in difetto, loro che vengono da terre dove tutto è sporco e nulla funziona. Man mano che si avvicinano a Taranto, però, le due donne sono prese da una strana euforia, è l’appagamento di sentirsi a casa. Taranto e l’ILVA, la più grande e moderna acciaieria d’Europa, sorta alla fine degli anni Cinquanta: caso unico per una città del Sud d’Italia, costituisce un’occasione mancata di avanzamento economico e socio-culturale. Questo soprattutto a causa della miopia e pusillanimità di una classe imprenditoriale più interessata a campare sugli appalti, sfruttando l’indotto sviluppatosi attorno al complesso siderurgico, che a produrre nuovi manufatti sulla scia del benessere portato dall’industria. La vicenda del guappo Antonio Modeo, detto il “Messicano”: emblematica della storia della malavita tarentina degli ultimi quarant’anni, con il suo culmine di recrudescenza nel decennio Ottanta/Novanta – 20-30 morti l’anno e l’annullamento di qualsiasi confine tra legalità e illegalità – fino alla costituzione, nel 1994, di un’apposita Corte d’Assise per processare gli esponenti della mafia pugliese. Il sindaco geom. Giancarlo Cito: discusso personaggio, dal passato di picchiatore fascista, comincia la sua scalata politica sull’emittente televisiva Antenna Taranto 6, da quegli schermi – tra vagonate di televendite e film porno trasmessi a tarda sera – indottrina i tarentini sulla sua visione del mondo in maniera talmente convincente da essere eletto sindaco con un consenso straordinario alle amministrative del 1993, a dispetto delle sue condanne penali per ricettazione e diffamazione. I ricordi personali dell’autore. Le estati dell’infanzia, trascorse fuori città, dai cugini di paese: tutti insieme, come piccoli Pan esuberanti, impegnati nella caccia di lucertole e bisce d’acqua, a suonare flauti fatti di canne e, di notte, a osservare le traiettorie astrali, guidati dalla sapienza di qualche fattore. La naja: nel confronto con commilitoni di diverse provenienze e mentalità, la presa d’atto della propria meridionalità e della connotazione negativa che i più le attribuiscono, in quanto considerata sinonimo di ignoranza, incuria e lassismo. Il compagno di classe Carunchio Domenico: che sparisce dalla scuola elementare dopo la visita delle Dame del Patronato, donne dedite alla beneficenza verso i più disagiati. Costretto ad accettare un pacco di generi primari, il ragazzino, che fino ad allora ha fatto il possibile per non farsi notare, sfila a occhi bassi davanti alla classe per ritirare la non richiesta carità e da allora non lo rivede più nessuno…
Sono, questi, soltanto alcuni dei fotogrammi che compongono Terroni, magnifico reportage dell’anima di Giancarlo De Cataldo, pubblicato per la prima volta nel 1995 e che bene ha fatto l’editore Sartorio a riproporre intatto a dodici anni di distanza, giacché il libro non ha perso nulla della sua freschezza. Già in Terroni De Cataldo mostra di saper conciliare incisivamente la sua passione civile con il suo mondo espressivo. Cogliendo particolari minimi ma profondamente indicativi, l’autore rivela una portentosa abilità di scavo antropologico. Memorabile in tal senso la descrizione dell'indolenza dei giovani villeggianti sui lidi esclusivi della riviera adriatica e di superba raffinatezza le pagine dedicate a Carmelo Bene. Il pregio e l’importanza di un libro come questo risiedono nella sua forza empatica: attraverso una scrittura chiara e ricercata insieme, De Cataldo schiude un archivio di ricordi personali, memorie pubbliche ed esperienze di vita vissuta, mettendo a disposizione un patrimonio emotivo in cui non pochi scorgeranno tracce della propria storia.

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