Tess dei d’Urberville

Tess dei d’Urberville
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Una sera di fine maggio, a Marlott, nel Wessex. Jack Durbeyfield, il carrettiere, ha un inquieto sospetto sul nome con il quale il parroco storiografo gli si rivolge, vale a dire “Sir John”. Solo il diretto discendente di un’antica famiglia della contea, i d’Urberville, può meritare l’onore e anche ricevere in eredità il titolo di cavaliere. Sarà forse il carrettiere erede dei nobili d’Urberville? È quello che ritiene il parroco Tringham: dopo aver svolto indagini sulla storia della famiglia d’Urberville... per quel che ne deduceva dagli alberi genealogici aveva notato il nome di Durbeyfield e trovato una certa corrispondenza. Tutto cambia quando “ben poche famiglie in Inghilterra potrebbero stare alla pari con la vostra”; peccato che i d’Urberville si possano dire estinti, e con essi le proprietà e i castelli. Contro ogni cinismo, il carrettiere e la moglie, riaccese le speranze, celebrano il proprio sangue antico e scoprono un’altra rappresentante: una ricchissima signora, una d’Urberville, che vive ai limiti del distretto conosciuto come “La caccia”. Certi che sia una parente e provando a cambiare le loro vite, le mandano la bella Tess, la maggiore delle figlie. Perché rivendichi la comune discendenza, una stirpe che possa portare a un sontuoso matrimonio...

Una fanciulla umile dell’era vittoriana, suscettibile di provare a cambiar sorte, raccontata con serio, estremo, senso del tragico.Tess dei d’Uberville - scritto come un romanzo di un certo amaro realismo per rappresentare il candore e il cuore, il valore di purezza o almeno la sua inclinazione, e ancora i sentimenti più nobili, l’imprevisto, la veemenza del desiderio, la vergogna e la volontà di ricominciare a forza di grandi contrarietà - fa appassire in un istante le più rosee idee di speranza. Forse Thomas Hardy, che scrive con questo il suo capolavoro, vuol portare il lettore a pensare alla tentazione del giudizio; bisogna poi che chi legge consideri con un barlume di attenzione la giustizia del caso o, cosa ancora più ostentata, la cattiva avversità del fato. La narrazione hardiana procede come se volesse svelare la storia di un’innocenza strappata, con supremo strazio della ragione: ciò a cui i poveri Durbeyfield non avrebbero mancato di pensare, se non avessero cercato rifugio nell'interesse, divenendo perlopiù ridicoli agli occhi della comunità rurale, è il puro pericolo della vanità. Tra colpe, silenzi e travolgente sorte, vere viltà maschili, sembra impossibile non chiedersi: “Dove si trovava l’angelo custode di Tess? Esisteva una provvidenza che tutelasse la sua ingenua fiducia? Forse, come quell’altra divinità di cui parlava l’ironico Tisbita, stava chiacchierando, o era inseguito, o era in viaggio o forse, stava dormendo e non si era svegliato”.



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