Teutoburgo

Teutoburgo

“Vare, redde mihi legiones!”. Si racconta che Augusto vaghi per le sale del palazzo strappandosi le vesti e invocando così, ad un passo dalla follia disperata, il comandante che ha guidato tre delle sue legioni verso un destino terrificante prima di darsi egli stesso la morte. Sono passati soltanto pochi giorni da quel terribile giorno, il 9 settembre del 9 d.C., quando nella selva di Teutoburgo, al confine dell’Impero in Germania, Roma ha subito la più pesante sconfitta della sua storia fino a questo momento dopo Canne, due secoli prima. Come è stato possibile che le invincibili legioni romane abbiano conosciuto una disfatta di simili proporzioni costata 25mila morti? Per tre notti e tre giorni i romani si sono battuti contro i giganteschi Cherusci e i loro alleati forti e spaventosi, consapevoli di andare incontro a morte certa e impossibilitati a schierarsi in campo aperto nella famosa formazione a testuggine che li avrebbe resi, ancora una volta, vittoriosi. Solo con l’inganno, infatti, è stato possibile fermare il possente esercito romano, attirato in un luogo impervio e stretto tra una palude e una selva per i soldati impraticabile e sconosciuta. Per tre giorni hanno combattuto sotto una pioggia battente e sferzati da un vento crudele come quegli uomini biondi armati di asce e con un equipaggiamento assai più leggero di quello degli avversari; pochi i superstiti, e la sorte della maggior parte di loro ha incontrato l’orrore: uomini inchiodati agli alberi, arti e occhi strappati, ufficiali sacrificati su altari di dei crudeli quanto coloro che li adorano. Un solo uomo è responsabile della tragedia che si è consumata in quei giorni, un venticinquenne che a Roma ha imparato a combattere, che si è guadagnato la fiducia di Augusto fino a ricevere il comando delle truppe ausiliarie del suo esercito, che nelle fila di quell’esercito si è distinto in valore combattendo contro i clan della sua terra natia. A Roma è conosciuto con il nome di Arminius, e la sua storia - e quella di suo fratello Flavus – è cominciata tanti anni prima, in quelle stesse selve dove ora il terreno è coperto da migliaia di cadaveri di soldati romani, quando ancora si chiamavano Armin e Wulf, principi dei Cherusci, figli del nobile e valoroso Sigmer loro capo, prima che arrivassero nel cuore dell’Impero per diventare cittadini romani e membri degli Equites

Tra l’8 e l’11 settembre del 9 d.C. la XVII, XVIII e XIX Legione dell’esercito romano comandate da Publio Quintilio Varo insieme a sei coorti di fanteria e tre ali di cavalleria ausiliaria, attirate in una trappola mortale in una località della attuale Foresta Nera tra il Reno e l’Elba ‒ allora estremo confine est dell’Impero romano ‒, furono massacrate e i pochi superstiti orribilmente torturati e mutilati. A consentire questa ecatombe fu l’astuzia di Armin, principe cherusco, da adolescente condotto a Roma insieme ad altri nobili barbari che, nel disegno grandioso di Augusto, addestrati e cresciuti nello spirito dell’Impero, sarebbero diventati fedeli ufficiali dell’esercito e quindi mezzi perfetti di integrazione delle popolazioni sottomesse. Valerio Massimo Manfredi, archeologo, scrittore e ottimo divulgatore, qui al ventiquattresimo dei suoi libri che annoverano per lo più gradevolissimi romanzi ma anche saggi, sceglie di raccontare la cosiddetta clades variana, la disfatta opera di un barbaro apparentemente romanizzato che invece non smise mai di covare odio nei confronti di Roma e che attese pazientemente di porre in atto la propria vendetta e accarezzare il sogno di farsi re di tutti i popoli germanici, fino a riuscire nella difficile impresa di ordire una congiura antiromana con altri clan ribelli, ma finendo per restare egli stesso vittima della sostanziale impossibilità di controllare e unificare questi popoli fieri e per nulla docili. Manfredi sceglie un episodio della storia romana ancora abbastanza controverso; basti pensare che è diventato più noto in età piuttosto tarda, plausibilmente perché Roma cercò in ogni modo di dimenticare questa ferita profondissima. La figura di Armin (probabilmente non è nemmeno questo il vero nome del principe ribelle) è sostanzialmente quella di un traditore; come ha fatto notare l’autore in diverse interviste, lui aveva già tradito il suo popolo quando lo aveva combattuto aspramente tra le fila dell’esercito romano, e deve averlo fatto di certo bene per aver guadagnato la posizione che raggiunse anche in importanti campagne in oriente. In Germania, in alcuni momenti di forte nazionalismo a cominciare dai tempi della Controriforma Protestante, è stato invece celebrato come un eroe, simbolo della resistenza e della rivolta della nazione. Personaggio controverso insomma, così come resta costante il grande quesito riguardo il comportamento di Varo, il quale, benché militarmente poco esperto e politicamente maldestro (l’errore era stato precedente, ovvero imporre con la forza, e con pessimi risultati, la romanizzazione di quei territori così difficili e insofferenti conquistati da Tiberio nei vent’anni precedenti), non si è mai ben compreso perché si fece ingannare così platealmente da Armin che, di fatto, comandava due eserciti nemici contemporaneamente, e non prestò ascolto a chi lo metteva in guarda nei suoi confronti, compresi altri capi germanici. Un episodio terribile e affascinante sul quale, quindi, si continua a fare luce: è del luglio 2016 un nuovo importante ritrovamento di reperti datati chiaramente a quell’epoca e appartenenti all’esercito romano e al suo seguito, rinvenuti nella località della Bassa Sassonia che anche il gigante Theodor Mommsen nel 1885 ha confermato essere quello della battaglia e dove oggi sorge il Museo di Kalkriese dedicato a Teutoburgo. Sei anni dopo l’accaduto, il nipote di Augusto, Germanico, vendicò la strage con un bagno di sangue, diede sepoltura ai poveri resti dei caduti e recuperò le insegne delle legioni massacrate (nessuna legione portò più il loro nome). Il giovane avrebbe voluto andare avanti e realizzare il sogno di Augusto spostando il confine nord orientale all’Elba, 600 km ad est del Reno: sarebbero state le nuove Colonne d’Ercole dell’Impero. Ma Tiberio, ormai anziano e profondamente provato dall’episodio, si era convinto a rinunciare alla romanizzazione della Germania e ad arrendersi, come ad una ferita aperta e insanabile, allo spirito indomabile dei germanici, quelli che a Teutoburgo vantavano tra le fila i feroci Berserker che si battevano in preda ad un belluino e spaventoso delirio (certamente indotto da sostanze psicotrope naturali). Teutoburgo, di fatto, cambiò il corso della storia e provocò “conseguenze gravissime e la frattura perenne tra mondo germanico e mondo latino. Conseguenze di cui ancora, oggi, vediamo le conseguenze, soprattutto nell’integrazione europea”, come ha detto Manfredi in una bella intervista. Dice ancora altrove: “Tutti i giorni facciamo i conti con quello che successe allora, con quello che poteva accadere e non accadde. L’Europa era già fatta, se i Germani fossero stati romanizzati forse mai i barbari avrebbero invaso e distrutto l’Impero Romano perché sarebbero cresciuti come romani”. Quello che accadde allora lo hanno raccontato Velleio Patercolo e Cassio Dione ma Manfredi, naturalmente con il rispetto dello studioso integerrimo, dice di aver in certo modo “osato riscrivere Tacito”, in una versione più realistica rispetto a quella certamente troppo retorica dello storico latino. “Lo scopo – dice ancora – è prendere il lettore e trasportarlo in un altro tempo e in un altro luogo dove lo scrittore può ‘riconvocare’ elementi e personaggi storici reali che nella narrativa finiscono per consentire un coinvolgimento diverso del lettore”. E infatti con la consueta scrittura semplice e chiara Manfredi trascina il lettore a contatto con personaggi credibili e in una storia decisamente avvincente per tutta la seconda parte dedicata propriamente alla battaglia; la prima invece racconta dell’addestramento dei due giovani principi a Roma e quindi del loro ruolo in importanti vicende politiche e militari, come presumibilmente devono essere accadute. Questa è per l’autore l’occasione per descrivere usi, costumi, palazzi, monumenti, il sistema stradale, quello delle comunicazioni, quello dei bagni termali e ogni altra meraviglia che fece grande Roma. Naturalmente a qualche lettore questa parte della narrazione potrebbe apparire più lenta, ma ogni vero fan di Manfredi e ogni appassionato di storia antica non potrà che apprezzare, in attesa della imminente svolta entusiasmante cui il tutto prelude. Una vicenda di coraggio, di valore, tradimento, sfortuna, che ancora nasconde qualche mistero tra le nebbie dei secoli, raccontata dal più grande divulgatore di storia italiano: ma davvero volete perdervela?



 

 

 

 
 
 
 

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