Ti meriti un amore

Ti meriti un amore

Emma e Cinzia ai tempi dell’università erano due amiche. Frequentavano entrambe la Facoltà di lingue e letterature straniere a Torino, ma poi ognuna ha preso la sua strada. Emma Bo è diventata un'insegnante, non si è mai sposata ed è rimasta a vivere in paese, con i genitori che le hanno condizionato (e non poco) la vita. Pochi amori, giusto un paio, ma non felici. Anzi l’ultimo con l’Innominato ha assunto i termini della truffa. Per consolarsi vive, di riflesso e a distanza, dei successi e delle belle situazioni presenti nell’esistenza della sua amica Cinzia Ghezzi, regista anche se non di primo piano, sposata, senza figli, ma con una bella vita perché capace di riciclarsi in televisione, come opinion leader, grazie anche al suo modo spigliato e non senza battute. Cinzia vive tra Roma, Milano e la costa ligure e in questi suoi continui spostamenti incontra un uomo che inizialmente la diverte per come attira la sua attenzione durante una cena, poi scopre che è un uomo unico, capace di rendere felice una donna, di coprirla di attenzioni, di regali, di piccole grandi cose che le fanno letteralmente perdere la testa, fino alla volontà di buttare all’aria una tranquilla e serena esistenza con il marito. In tutto questo Emma non la perde mai di vista, anzi ne fa un modello, invidia i suoi risultati brillanti, i successi che non sono solo professionali, ma anche di vita. Un giorno le scrive un’e.mail e con sua sorpresa Cinzia le risponde con grande affetto…

È un finale che alla fine ti aspetti quello della storia del libro, forse perché la cronaca ci ha ormai abituato a situazioni simili, quindi non è difficile ritrovare profonde verità del nostro vivere attuale. Per esempio, sì, le donne sono del tutto simili al personaggio di Emma e “pur di non soccombere al nulla, alla noia che soffoca il cuore, alla solitudine che rattrista senza rimedio”, sono pronte a credere a qualsiasi bugia in amore. Sarebbe necessario riflettere su uno spunto che l’autrice, Alessandra Appiano, fornisce nell’epilogo. Viviamo nei tempi in cui ogni programma televisivo è a caccia di share a tutti i costi e si scade continuamente andando alla ricerca del particolare macabro, scabroso, scioccante, insomma del torbido in ogni situazione, anche in quelle più delicate. E questo troppo spesso avviene senza rispettare assolutamente le persone coinvolte. La colpa viene poi scaricata, senza pensarci due volte, su un pubblico da accontentare, sempre più morboso e attratto dal peggio. Ma ci siamo mai chiesti perché i lettori, gli spettatori della televisione, quell’audience generica vuole questo? E corrisponde a verità questa storia (una scusa) che ci raccontano sul pubblico che “vuole” davvero tutto ciò senza aggiungere che forse sono ormai stati abituati da chi si spinge sempre un po’ più in là? Preziosa la citazione di Paolo Conte e della sua bellissima canzone Jimmy ballando.



 

 

 

 
 
 
 

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