Ti prendo e ti porto via

Ti prendo e ti porto via

Anni '90. Ischiano Scalo. Graziano Biglia, chitarrista sciupafemmine (300 donne aveva conquistato in una sola estate, record che gli aveva fatto vincere l'ambita Coppa Trumbador della stagione), ossigenato albatros che non conosce approdo, dopo due anni decide di tornare al paese natìo. E ci vuole tornare da vincitore, con allacciata al braccio una donna bella e impossibile, Erica Trettel, giovane cubista che gli ha fatto perdere la testa e appendere al chiodo qualcos'altro, colei che fa sognare a Graziano di aprirsi una jeanseria a Ischiano, procreare un paio di marmocchi e invecchiare in serenità. Peccato che Erica ha in mente un futuro un po' diverso, che non prevede pance deformate dalle gravidanze e morte prematura per noia dietro al bancone della jeanseria. Erica sogna la Tv, il palcoscenico, la fama. Per questo lascia Graziano proprio nel momento in cui lui, a Ischiano, dà l'annuncio del loro matrimonio ad amici e parenti... Anni '90. Ischiano Scalo. Pietro Moroni corre veloce sulla bicicletta. Gli unici interessi della sua vita sono Gloria Celani, sua compagna di classe, unica amica e amore segreto, e gli animali, soprattutto quelli “schifosi”: salamandre, insetti, serpenti. Gloria, la corteggiatissima Gloria, appartiene a una “razza” differente dagli altri e dalla sua: alta borghesia. Genitori inappuntabili, Range Rover, una casa in collina. Pietro invece. Un padre alcolizzato, una madre depressa, un fratello pastore e un casolare diroccato. Inspiegabile la loro amicizia, soprattutto agli occhi degli altri compagni di scuola, i terribili Bacci, Pierini e Ronca, che vessano il povero Pietro (soprannominato “il cazzone”) e non gli danno tregua...

Ischiano Scalo è un paese immaginario, perso tra il Lazio e la Toscana, e Graziano e Pietro i personaggi principali della storia che vi è ambientata. Le loro vite scorrono parallele, sfiorandosi appena in qualche punto, incrociandosi tragicamente nell'epilogo. Unanimemente giudicato dalla critica come “un romanzo ben costruito”, elogiato da più parti per la perfetta simmetria con cui i personaggi principali si spartiscono la narrazione, Ti prendo e ti porto via il suo diamante, la sua parte riuscita la affida a un personaggio secondario. La vera figura poetica arriva a metà libro. Ha i capelli rossi, il viso spigoloso ed è circondata da un alone tragico che le sta incollato addosso e ineluttabilmente le segna il passo. Il suo nome è Flora Palmieri. In questo romanzo c'è già tutto lo scrittore che esploderà con Io non ho paura. Perchè quelle corse forsennate in bici, quell'età fragile come vetro soffiato che sono i 12 anni, il passaggio dall'infanzia all'adolescenza, che non è passaggio, è baratro, è voragine, che puoi saltare senza neanche accorgertene o finirci dentro e venirne risucchiato e poi sputato fuori nel mondo che ti fa letteralmente a pezzi, le ritroveremo messe più a fuoco nel successivo e acclamatissimo romanzo. Quello che lo affrancherà  definitivamente dalle etichette di scrittore pulp o cannibale. Ma Ti prendo e ti porto via è un romanzo ancora più ambizioso e che si riallaccia a una tradizione mica da ridere, la lezione verista: lo scrittore sparisce dietro il coro di voci che mette in scena, abbandona qualsiasi ruolo di denuncia sociale per descrivere la realtà così com'è, con tutta la sua inutile drammaticità, che sia casuale, che sia determinata, per spalancare infine la porta sull'unico vero protagonista. Signore e signori, sua maestà l'orrore.



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