Ti ricordi la casa rossa?

Ti ricordi la casa rossa?
Quando non è più possibile il futuro, allora esiste solo il passato, perché questo diventa il presente. Tutto, allora, coincide con i volti incontrati durante l’infanzia, con le persone conosciute, protagonisti involontari  di un romanzo storico familiare, dove trovano spazio una certa visone della politica e addirittura Claudio Villa, fra piante odorose e saggezza popolare. Ma ciò si può solo supporre, quando si è presenti-assenti, quando la coscienza si affaccia solo a sprazzi sul mondo circostante. Se qualcuno è lì ma nello stesso tempo anche altrove, qualcun altro può decidere di muoversi e di vedere, pensare e ricordare le stesse cose, gli stessi luoghi, forse gli stessi odori, correndo a ritroso sul filo dei ricordi, alla ricerca di un mondo, di un universo,  o più semplicemente a bordo di una seicento, alla ricerca di una casa rossa…
Un artista stupisce, laddove rimanga fedele alla sua musa. Non fa eccezione l’attore Giulio Scarpati prestato alla scrittura. Il suo Ti ricordi la casa rossa? è un monologo romanzato, una lettera alla propria madre, scevro da un’enfasi ridondante e dotato di un lirismo genuino,  in virtù del quale si affronta la problematica dell’Alzheimer, con un’impronta originale rispetto a libri come Perdutamente di Flavio Pagano o L’uomo che scambiò sua moglie per un cappello di Oliver Sacks. Come un soccorritore sulle montagne tutto  proteso a trattenere disperatamente il malcapitato sull’orlo di un abisso, allo stesso modo Scarpati si abbarbica alla memoria convissuta con il genitore, per sottrarla al precipizio inesorabile della malattia. Elusione fallace dell’ineluttabile o titanica prova di coraggio di figlio? Scarpati potrebbe risponderci col De Gregori de La valigia dell’attore: “Eccomi qua, sono a venuto a vedere l’effetto che fa…”.

 

 

 

 
 
 
 
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