Ti ucciderò, mia capitale

Ti ucciderò, mia capitale
Nello spegnere la luce, prima di addormentarsi, non sapeva ancora a cosa avrebbe potuto pensare per indurre e facilitare il sonno. Alla sua donna. Ecco, pensare alla sua donna, anche se non ne aveva una, gli avrebbe certo facilitato il sonno. E insieme alla donna, avrebbe pensato al viaggio fatto con lei, e alla casa, una casa bianca e vuota. Immaginare la propria casa, vuota e bianca, è però sempre un po’ angoscioso: e allora, si può modificare il disegno della propria immaginazione, cancellando un portico, allungando la casa, riducendo le finestre: e perfino, si può scoprire che dopo quelle modifiche e cancellazioni, che oltre il disegno della nostra fantasia c’è il nulla, il vuoto, nero e silenzioso…Uno scrittore alla ricerca di ispirazione: una donna, magari Santa Maria Goretti, o una portinaia, una qualsiasi, o una miserabile: queste figure, sotto la penna abile di un Dostoievschi o di un Flaubert o di un Maupassant, diverrebbero ‘tipi’ letterari. Ma un povero aspirante scrittore, ricco solo di parole, solide parole, stenta a costruire il racconto, balbetta frasi e produce frammenti di prosa. Oppure, scrive appunti disorientati…Un archeofilologo ha la pretesa di raccontare la storia dell’umanità a partire dall’analisi che un gruppo di tecnici opera su di una di una faglia, sfrontatamente apertasi sulla collina. Una faglia che produce rumori in apparenza indecifrabili, ma poi decifrate e intellegibili articolazioni sonore dotate di senso, ovvero parole, vere e piene parole che, insieme, fanno discorso. Ed è il discorso, anzi sono i due discorsi di un immaginario Lucifero e del suo nemico: «Io mi precipito; il mio posto è laggiù. Lo spazioso inferno che tu hai aperto sotto i genitali del mondo…Grazie.  Ma so che non mi ascolti: oggi, hai scelto definitivamente di non esistere»… «La prima volta che cercai di ucciderla, pensai che dovesse essere per fuoco e ferro. Saccheggiarla come una città, scendere su di lei con ali di metallo, sganciare bombe inesatte ma largamente letali sulle vie, le piazze, le sedi dei partiti, i focolari, farla una distesa di cadaveri d’infanti, di donne, di vecchi. Colpire, con una forbice lanciata su di un fondale, i rifugi dei vecchi, seminare i morti senili, come mirtilli grigi di polvere. M’ero disegnato il suo corpo come una mappa, con vene di strade e arterie di ramblas e avenues carotidee e i crescentes capezzolati e le esedre genitali»…
Giorgio Manganelli, si sa, è stata una delle migliori penne del Novecento, ha rappresentato una delle più ricche esperienze di scrittura del secolo appena trascorso. Nato a Milano nel 1922, Manganelli si trasferì a Roma dove, dalle redazioni della RAI, ebbe a collaborare con intellettuali e scrittori come Arbasino, Eco, Ceronetti, Calvino. Nel 1964 esordisce con Hilarotagedia, un libro, e non un romanzo, che nasce dal desiderio dell’attraversamento metaforico degli inferi per ritrovare infine l’uomo ed il suo alfabeto di fondo. Alfabeto è la parola giusta, che identifica un po’ tutta la esperienza di scrittura di Giorgio Manganelli: un alfabeto ricco, colorato, poliedrico e polimorfo, che diventa gioco e divertissement sul mondo e del mondo, fino a creare con le lettere dell’alfabeto un mondo fatto di letteratura che rappresenta (se non lo sostituisce completamente) il mondo del reale. Verità e menzogna, negli spazi bianchi della letteratura, sono i poli entro cui gioca la scrittura di Manganelli anche in questo volume composito ed affollato di scritture eterogenee. Estratto dalle carte inedite dell’autore, il volume curato da Salvatore Silvano Nigro conferma come Manganelli, fin dai suoi esordi, fosse già interamente, almeno nello stile e negli intenti del suo scrivere, «manganelliano»: resta il dubbio, però, che certi recuperi archeologici, di letteratura rifiutata dall’autore, quand’anche considerati filologicamente corretti, siano sempre leciti e soprattutto utili.

 

 

 

 
 
 
 
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