The time is now

The time is now

Forse si può guardare al 1968 con gli occhi del 2018. Nel discorso tenuto il 17 febbraio scorso in Florida, Emma González, giovanissima studentessa sopravvissuta al massacro in una scuola, condanna i legami fra il Presidente Trump e l’associazione americana dei produttori di armi (NRA), a nome di tanti ragazzi e ragazze grida: “The time is now!”. Era lo slogan della manifestazione, è ora di mettere fine alla vendita di armi ai privati. Il suo discorso è il primo breve capitolo di un recente volume dedicato al cinquantenario dei movimenti del 1968. Il secondo testo è agli antipodi temporali, il brano di un “antesignano”, Carlo Pisacane (1818-1857) che nel 1849 rivendicò l’espropriazione dei capitali, l’abolizione della proprietà privata, il suffragio universale. Seguono estratti scritti dai riferimenti culturali immediatamente precedenti, da Don Lorenzo Milani nel 1965, da Ernesto Che Guevara nel 1967, da Martin Luther King nel 1963, da Nelson Mandela nel 1964. Nel momento dello scoppio della rivolta si espressero poi in vario modo intellettuali influenti, interni alla dialettica politico-culturale di quel periodo, come Pier Paolo Pasolini (su studenti e operai), Guido Viale (sull’università e l’integrazione), Dario Fo (sul teatro politico), Robert Kennedy (sul Pil), Hazel E. Hazel (sulle donne fra dominanti e dominati), Rudi Dutschke (sui partiti fuori e dentro i parlamenti), Herbert Marcuse (su rivoluzione e mistificazioni). E molti altri tornarono infine sugli avvenimenti di quell’anno per approfondirne o consolidarne gli aspetti spartiacque: Franco Basaglia (le istituzioni della violenza), Václav Havel (il potere dei senza potere), Alexander Langer (cambiare strada). Il bell’epilogo è affidato all’amaro lucido rimpianto contenuto in un ispirato testo di Giorgio Gaber: la sconfitta di una generazione…

L’insegnante e storico David Bidussa ha curato l’ennesimo agile libro sul Sessantotto, presentando discorsi e interventi perlopiù di protagonisti di quel movimento, esigenze che venivano da lontano e, in parte, sono arrivate lontano. La breve introduzione rimanda anche alle riflessioni di Hannah Arendt, Marc Bloch, Giovanni de Luna, Elvio Fachinelli, Goffredo Fofi, Eric J. Hobsbawm, Claudio Pavone, Paolo Pombeni, Rossana Rossanda. Fu uno scontro intergenerazionale con un’idea di avvenire contro un sistema economico. Fu un evento ristretto nel tempo capace di impostare un modulo rimasto oltre il suo momento, sia attraverso realtà politiche che lì si originarono o ne derivarono, sia dis-orientando altri mondi, quello delle donne e quello del lavoro. Tentò, anche con gesti simbolici e pratiche ironiche, di rompere il quadro autoritario delle istituzioni e creare una modalità diversa di vivere, agire, lavorare, curare, educare. Più che l’insoddisfazione dei bisogni, la chiusura del ’68 lascia irrisolti i desideri, una parte dei quali motivano ancor oggi tanti e tante. Fra gli elementi criticati ma riprodotti ci sono forse il rifiuto dei partiti (assemblearismo e delega al capo) e il rifiuto dei consumi (minoritarismo e delega all’effimero). Sono usciti tanti volumi celebrativi e tanti volumi storici, l’evento Sessantotto probabilmente lo meritava, pur se resta talora eccessiva (anche in questo caso) l’ideologizzazione dei percorsi storici e dei movimenti sociali, attribuire il tutto a parti, enfatizzare il peso della soggettività di cui si è espressione. Unico apparato finale sono le sintetiche biografie degli autori di cui sono stati estratti i brani, presentati via via con poche righe in corsivo.



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