Timira

Timira
Maggio 1991. Alla caduta del regime dittatoriale di Siad Barre sono seguiti in Somalia alcuni mesi di sanguinosa guerra civile. Il governo italiano, dopo aver tentato invano di creare le condizioni per la nascita di un governo in grado di rappresentare le varie fazioni in lotta, decide di rimpatriare tutti i propri concittadini presenti nel paese. L’ultima ad abbandonarlo è Isabella Marincola, che qui si fa chiamare Timira. È un’anziana donna italiana che ha la pelle scura, essendo nata a Mogadiscio nel 1925 da una madre somala, Ashkirò Assan, da cui è stata separata all’età di soli due anni, e da Giuseppe Marincola, per lunghi anni ufficiale di fanteria del regio esercito nelle colonie africane. Dopo essere stata riconosciuta e condotta in Italia dal padre come il fratello maggiore Giorgio, è stata cresciuta da una matrigna severa e rancorosa a colpi di scudisciate e in maniera discriminatoria rispetto agli altri due figli nati all’interno del matrimonio. Mentre Giorgio ha combattuto tra le forze partigiane ed è stato ucciso dai nazifascisti durante un conflitto a fuoco in Val di Fiemme, Isabella nel corso del dopoguerra ha lavorato come modella per alcuni tra i più celebri artisti, come attrice teatrale in spettacoli con Vittorio Gassman, Walter Chiari, Arnoldo Foà e ha recitato il ruolo della mondina nel celebre film di Giuseppe De Santis “Riso amaro”…
Partorito dalla mente di Wu Ming 2 - pseudonimo dietro il quale si cela l’identità di uno dei cinque membri della band di romanzieri nata a Bologna nel gennaio del 2000 – e di un esule somalo in possesso di quattro lauree e due passaporti, Timira è un libro di oltre 500 pagine che fonde in un unico flusso narrativo prospettive diverse, passato e presente, immaginazione e verità storiche. La ricostruzione romanzata della vita dell’attrice italo-somala consente ai due autori di ripercorrere un lungo excursus temporale, che dai primi anni dell’epoca fascista fino ai nostri giorni intreccia il destino politico di due nazioni. La cornice storica non appesantisce la lettura, ma funge da prezioso collante a un racconto a tratti patetico, a tratti perfino divertente, tenuto in piedi dal carattere genuino e libertario della protagonista, che rappresenta la migliore qualità di un  libro che non potete non leggere. Lo stesso processo creativo della scrittura è guardato con ironia, forse perché anche quando si racconta la disperazione incondizionata, scrivere rimane una forma di resistenza e quindi, in fin dei conti, una speranza. 

 

 

 

 
 
 
 
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