Todo modo

La scritta è lì, nero e giallo, su di un segnale stradale: “Eremo di Zafer - 3”. Un eremo? Interessante. E poi è a soltanto tre km. Per il celebre pittore di quasi mezza età che da qualche giorno viaggia annoiato in automobile senza una meta precisa è una tentazione irresistibile: imbocca la stradina indicata dal segnale aspettandosi di giungere in un luogo antico e solitario e invece sbuca poco dopo in un vasto spiazzo asfaltato, con “un lato chiuso da un casermone di cemento orridamente bucato da finestre strette e oblunghe”. L’edificio, scopre ben presto il pittore, è un albergo gestito da preti costruito tre anni prima sulle macerie del vero eremo, con una spregiudicatezza che a quanto pare all’epoca aveva fatto scandalo, anche se lui non ne aveva mai sentito parlare. A guidare la struttura – e tante altre cose, a sentire il pretino alla reception – c’è il carismatico Don Gaetano. Intrigato, il pittore chiede di alloggiare nell’albergo per qualche giorno. Impossibile, gli rispondono: ora il posto ci sarebbe, ma da lì a due giorni sono attesi decine di ospiti illustri. Come ogni anno politici, alti prelati, imprenditori, banchieri e magistrati sono attesi per i loro “esercizi spirituali”, organizzati e coordinati da Don Gaetano…
Il titolo accattivante ma criptico, che come spesso accade è stato decisivo nel grande successo di questo breve romanzo del 1974, deriva da una citazione di Ignazio di Loyola, controverso fondatore della Compagnia di Gesù e “inventore” degli esercizi spirituali: “Todo modo… para hallar la voluntad divina”. Malgrado le apparenze, non si tratta di un romanzo politico – o almeno non politico e basta, come invece accadde per la riduzione cinematografica per la regia di Elio Petri con Volonté e Mastroianni. Sciascia attacca sì la Democrazia Cristiana, il suo sistema di potere e le sue ineffabili faide interne, ma lo fa in modo incidentale, ellittico, forse persino un po’ annoiato. Anche il plot giallo è lasciato volutamente senza soluzione esplicita (sebbene l’identità dell’assassino sia facilmente intuibile già a metà del romanzo). L’autore sembra (paradossalmente o no, dato che parliamo di Sciascia) più interessato a ciò che al lettore medio interessa meno: alle dispute teologiche, al substrato filosofico della gestione del potere temporale da parte di quello religioso, alla drammatica, eterna tensione tra ricerca dell’assoluto e gestione dell’immondo. Tensione questa ben raffigurata nel dipinto che campeggia sulla copertina della classica edizione Einaudi (la “Tentazione di Sant’Agostino” di Rutilio Manetti, una copia un po’ maldestra del quale nel romanzo ha un ruolo nient’affatto secondario) e incarnata alla perfezione nel personaggio di Don Gaetano, vero protagonista della storia.

 

 

 

 
 
 
 
Il nostro sito utilizza i cookie ACCETTO
Se vuoi saperne di più COOKIE POLICY

I NOSTRI PARTNER