Tonio Kröger

Tonio Kröger

Alla fine delle lezioni scolastiche, gli studenti finalmente liberi “fluivano a sciami attraverso il cortile lastricato e, usciti dal cancello, si separavano affrettandosi a destra e a sinistra”. I più giovani “trotterellavano allegri, facendo schizzare tutt'intorno la poltiglia ghiacciata e malmenando gli arnesi della scienza contro gli zaini di pelle di foca”. Ma sia i piccoli sia i grandi, “atteggiandosi a compunzione”, si toglievano ogni tanto i berretti di fronte agli insegnanti barbuti. Tra questi studenti, insieme scomposti e compassati, emergono Tonio Kröger – bruno, introverso, dagli occhi scuri e cerchiati – e Hans Hansen – biondo, vitale, con occhi di un celeste lucente. I due amici discutono sul Don Carlos di Schiller e, dalla discussione, si evincono i caratteri dei due: il biondo Hans è estremamente libero, sicuro, incurante e inevitabilmente superficiale, mentre il bruno Tonio è chiuso, malinconico, tormentato. In Tonio brucia l’ardore estatico e quasi peccaminoso dell’arte: legge, scrive poesia, si dedica alle musica ed è incline alla riflessione, alla solitudine, alla ricerca di emozioni. Egli detesta la leggerezza di Hans ma allo stesso tempo ne è profondamente innamorato, e desidera essere come lui, per essere, di conseguenza, più popolare e accettato tra i compagni…

La novella di Mann del 1903 è uno dei testi brevi più rappresentativi del ‘900 europeo e affronta in maniera decisiva la dicotomia arte-vita che ha informato molte altre opere dell’autore tedesco (Buddenbrooks, Tristan, Morte a Venezia). Tonio Kröger è un artista sensibile e, in quanto tale, è diverso dal resto delle persone che lo circondano. Per questo motivo vive in isolamento, accettando tale condizione come prerogativa della diversità e come prerogativa di quella sensibilità che lo porta a creare  e a ricreare la vita che vive egli stesso e quella che gli passa davanti agli occhi. Contemporaneamente, non accetta tale divario e anela a una rispettabilità borghese che, pur essendo in aperta antitesi con la libertà dell’artista, dovrebbe e potrebbe comunicare con il suo mondo e, anzi, arricchirlo. Qual è il limite del patto sociale che un artista deve accettare? Quali sono le convenzioni che, invece di annichilire la sua arte, potrebbero innalzarla a qualcosa di utile e arricchirla nel suo interno? È giusto accettare l’arte come sinonimo di romantico e decadente isolamento dalla realtà del proprio tempo, e come sufficiente incuranza della società, di quella società che deve recepire i messaggi dell’artista stesso? Nella seconda parte della storia - quando Tonio è ormai adulto - scopriamo che la sua vita è, a dir suo, assurda, negativa e inaccettabile, tanto da spingere molti critici ad associare le riflessioni teoriche che scaturiscono dal testo alla filosofia esistenziale e nichilista di Schopenhauer. In realtà, il personaggio di Mann non si abbandona al nulla esistenziale ma, cercando di diventare un artista “borghesemente rispettabile”, egli tenta di operare un processo di fondamentale e imprescindibile mediazione. Si tratta di un processo, difficile, che risulta attuale ancora oggi, e che dovrebbe essere letto da molti artisti contemporanei, allorquando questi dimostrano di peccare verso una o l’altra parte, talvolta beandosi di essere al di fuori della società, tal’altra utilizzando certi talenti per scopi puramente e beceramente (piccolo) borghesi. Le domande poste da Mann non trovano mai le facili risposte che molti credono di poter dare, e proprio per questo rendono il suo impeccabile testo un punto di riferimento nodale e universalmente eterno sul tema dell’arte e del suo rapporto, ancestrale e irrisolvibile, con la vita “vera”: Mann cerca di mediare l’antitesi e di renderla, al contrario, un’ambivalenza i cui due termini in opposizione si alimentano continuamente a vicenda. Ciò che è davvero importante, infatti, non è cercare delle risposte definitive (che non esistono), né schierarsi scioccamente da una parte o dall’altra, ma semplicemente porsi le domande stesse e dimostrare, nella propria opera e nella propria vita, di aver riflettuto sul tema e di aver abbracciato in esso quell’ambivalenza che dovrebbe essere alla base sia dell’esistenza sia di tutta l’ispirazione di ogni artista. Occorre correre il rischio di Tonio, il rischio di incontrare una pittrice bohémien e fintamente anticonvenzionale (Lisaveta Ivanovna) che gli rimprovera di non essere affatto un vero artista, dimostrando, nella sua cieca ignoranza e incapacità di vedere il “vero” diverso (quello meno ostentato ma anche quello più consapevole) che l’arte è un concetto troppo vasto per essere ridotto a semplici cliché o racchiuso in aforistici messaggi. L’arte, che Mann persegue nel libro attraverso uno stile elaboratissimo, altamente simbolico ma anche realista, abbraccia infinite sfumature, tante quante sono le sfumature che compongono e disegnano la vita stessa.

 

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