Torture

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Le famiglie dei due fratelli Shangang e Shangfeng sono sconvolte dalla morte più o meno accidentale di un neonato, che scatena un’ondata di cupa violenza e rappresaglie; un insegnante di storia delle scuole medie con la passione per lo studio delle varie forme di tortura viene arrestato nel 1986 ma riesce a fuggire e si trasforma in un bizzarro barbone che si autoinfligge punizioni orrende; un uomo va alla ricerca del suo carnefice, che ha elaborato raffinati e contorti modi per dare e darsi la morte; un poliziotto di campagna deve affrontare misteriosi omicidi seriali in riva ad un fiume...
Le quattro storie di Yu Hua che Einaudi ha raccolto in un unico volume (originariamente uscite in anni diversi) appartengono alla fase iniziale della carriera dello scrittore cinese, una delle voci più interessanti e peculiari della new wave letteraria cinese della fine degli anni ’80, che ha cercato in un espressionismo anche eccessivamente marcato, al punto di sembrare artefatto, la via di fuga ad una repressione politica e culturale che viveva una stagione di rinnovato, cieco furore (sfociata – tra l’altro – nel massacro di piazza Tien An Men). La cifra stilistica di Yu Hua è tutta racchiusa in un grand guignol corrusco, sanguinario e macabro, soffuso di una sorta di malinconia adolescenziale e di forti richiami nostalgici alla Cina rurale o arcaica (un tratto questo incredibilmente comune a tutta la letteratura cinese moderna). Le radici di questo stile, secondo lo stesso autore, sono da ricercarsi nella sua infanzia: “Sono cresciuto in un ospedale (il padre era medico e la madre infermiera, ndr) e spesso sedevo davanti alla porta della sala operatoria in attesa che mio padre, il chirurgo, ne uscisse. E ogni volta che lui ne usciva era coperto di macchie di sangue sul camice, sulla mascherina e anche sulla cuffia. A volte era seguito da un’infermiera che portava un secchio con dentro un miscuglio di carne e sangue”. Con un tale background, ovvio che Hua si muova con grande naturalezza tra mutilazioni, omicidi, esecuzioni, stragi e così via, regalandoci quattro storie che più nere non si può: quando mantiene il suo stile freddo come una lama di rasoio, spietato come i mandarini dei pulp anni ’40 e triste come l’inverno (ed è il caso di “Un tipo di realtà” ma soprattutto dell’ottimo “Passato e castigo”) cattura l’attenzione e colpisce duro allo stomaco, quando la sua prosa si colora di surreale (come nel troppo, troppo lungo “1986”) perde nerbo ed efficacia; quando infine cerca una via cinese al poliziesco (come nel conclusivo “Errore in riva al fiume”) sa essere interessante senza diventare però memorabile. Ma nel complesso si conferma - anche in questi lavori giovanili - degno esponente di una delle scene letterarie più vitali e complesse del mondo.

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