Toxic

Toxic
Il Croato è conosciuto nell’ambiente come Toxic, ma ovviamente non è quello il suo vero nome. Non che sia particolarmente importante, diciamo che Tom Boksic ha un nome tossico come e quanto lui, poi non chiedi mica nome di battesimo e passaporto una volta che un tizio ti ha piantato una pallottola in testa. Toxic ha appena fatto un piccolo errore, cose che capitano anche a un killer di professione: ha appena ammazzato la persona sbagliata. E non una persona sbagliata qualsiasi, ma un agente dell’FBI. Anni e anni di onorato servizio buttati nel cesso: ora deve scappare, e il destino gli ha recapitato nel bagno dell’aeroporto di New York, un tizio delle sue stesse fattezze fisiche e a occhio e croce anche della sua stessa taglia. In un attimo è morto anche lo sconosciuto e Toxic assume rapidamente l’identità del povero malcapitato. Un vicario diretto a Reykjavík, Islanda: va bene, non è una novità, nel suo lavoro ogni tanto deve sparire, ripulirsi un po’, cambiare aria! Documenti falsi e via, ma questa volta, è assolutamente diverso: e poi deve scappare senza avvisare la sua fidanzata, Munita Rosales, una peruviana tutta curve che ha accettato lui e il suo lavoro. Il guaio in cui si è cacciato ora ha proporzioni bibliche: è ricercato in tutto il paese e la trama di questo fattaccio continua a ingarbugliarsi. Non solo ora è un ministro di culto diretto in un paese in cui è difficilissimo mantenere un profilo basso (praticamente obbligatorio per un pluriomicida) in una città in cui non c’è nulla da fare e tutti sembrano conoscerti o conoscere qualcuno che a sua volta sa chi sei. Come se ciò non bastasse, quei tipi in abito talare aspettano proprio lui al banco degli arrivi. Toxic, o meglio il defunto padre Friendly, doveva essere ospite di una comunità religiosa che trasmette programmi televisivi di consapevolezza e conversione religiosa. Un religioso con alta visibilità televisiva, Amen! Un vero incubo, condito da un colpo di calore alla testa: la figlia del religioso che lo ospita, un angelo bellissimo con lunghi capelli biondi e un corpo da modella. Adesso sì Alleluja!...
Hallgrímur Helgason è scrittore, pittore e autore radiofonico, televisivo e cinematografico: il suo più celebre romanzo è 101 Reykjavík del 1996, tradotto in dodici lingue, italiano compreso, e da cui è stato tratto un film per la regia di Baltazar Kormakur. Il titolo islandese di Toxic tradotto letteralmente suonerebbe Come smettere di ammazzare la gente e imparare a lavare i piatti, un riferimento scherzoso ai libri di auto-aiuto di cui il mondo dell’editoria è pieno, evidentemente anche nei paesi scandinavi. La versione anglosassone del titolo invece suona come: Guida alle pulizie di casa per killer. Un dietro le quinte editoriale curioso per un libro spassosissimo, ironico, cattivo, a tratti feroce e francamente comico, che racconta le gesta di una figura che non ha le fattezze di un noioso eroe, essendo un triple-size pack killer, ma di un personaggio che riesce con lucidità ed intelligenza anche, perché no, a commuovere il lettore: qui ci sono la fuga e forse la redenzione di un killer non sentimentale. Godibili i riferimenti a Quentin Tarantino (tra l’altro Toxic è la sceneggiatura perfetta per un film di successo: il ritmo è davvero incalzante) che fugge appena può - cronaca vuole - in questa città che sembra collocata su di un altro pianeta, che s’infila nelle vie di Reykjavík appena è stanco di essere famoso. E l’Islanda di Helgason è un paese che ha perso un po’ della sua identità e che assomiglia a una colonia americana ricca di gadget e fast-food e abitudini importate: sarà la globalizzazione, per carità, ma questa globalizzazione sembra etero diretta, subita, programmata alle condizioni di chi muove le leve del commercio internazionale. Unico neo di questo esilarante libro è il minuscolo carattere di stampa: munitevi di occhiali o se preferite di lente d’ingrandimento, perché altrimenti è una faticaccia: ma il libro vale veramente lo sforzo. Consigliato a chi è in cerca di un personaggio à la Pulp fiction e ama un tipo di lettura non sempre – anzi, quasi mai - politically correct.

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