Tra cielo e terra

Tra cielo e terra

Clara non ce la fa. Non può. Se ne va. Non resiste. L’Africa è troppo dura. Maledetto il giorno in cui ha dato retta al marito. Maledetto il giorno in cui ha abbandonato l’Inghilterra. Con tutti i suoi comfort. Senza tutto questo. Centinaia di ettari di nulla. Terra imperiale, così l’ha definita chi l’ha venduta. E così piace pensare che sia a Charles, suo marito, che l’ha comprata. E l’ha portata a settemila miglia di mare da casa. Sì, come no… Terra imperiale… Bell’impero… Oltretutto Dickie sta male. Sarà pure incontaminata l’Africa - almeno in teoria - ma il clima del Kenya non è salubre per lui. E lei è a lui che deve pensare. È una madre. Così se ne va. E lascia col padre, suo marito, la figlia minore, Beryl. La bacia. E le dice di essere forte. E parte. Beryl guarda il treno allontanarsi sulle linee rette del binario. Due parallele, destinate perciò a incontrarsi all’infinito. Perché quella le sembra la distanza che la sta separando dalla madre. È incapace di credere che se ne stia andando davvero. Eppure... A lungo non avrà sue notizie. Poi, un giornol, arrivano le caramelle. E i soldini di liquirizia. Una scatola pesante. Una promessa è una promessa, e la mamma le promesse le mantiene. Anche se ora è molto più vicina a Piccadilly che a Nairobi, e quindi a Beryl. Gliele annuncia la grafia di lei, svolazzante, che scrive solo il nome della figlia, Beryl Clutterbuck. E basta. Non un “ciao”. Non “un bacio”. Niente. Beryl scoppia a piangere. È l’inizio di ogni cosa…

Scrive con facilità Paula McLain. Certo ci sarà dietro un gran lavoro, ma quando le parole arrivano sulla pagina sono leggere (senza voler citare il verso di Montale che ha ispirato Lalla Romano, beninteso) e quindi la storia si legge senza sforzo. Anche se succede di tutto. Ma non si va in accumulo, non c’è ombra di stucchevole ripetitività, né ci sono squilibri di ritmo o forzature: è semplicemente una trama densa amministrata con rigore e disciplina, che cattura l’attenzione e non la fa mai scemare. Perché si passeggia davvero – è questa l’impressione che si ha – nelle strade percorse dalle vite dei protagonisti, di nuovo persone reali, come per Una moglie a Parigi, nel quale la McLain aveva affidato il ruolo dell’indiscussa mattatrice nientedimeno che alla signora Hemingway. E la rievocazione storica di un mondo che non c’è più è precisa e puntuale, così come lo è la ricostruzione delle complesse psicologie dei personaggi che compaiono sulla scena. Sembra infatti davvero un palcoscenico Tra cielo e terra, dove uomini e donne si muovono in preda alle loro passioni. Due grandi figure si scontrano per amore: una è Beryl, volitiva ragazza cresciuta senza madre, indomita aviatrice, una pioniera da tanti punti di vista, mutatis mutandis, sullo sfondo dell’Africa selvaggia, meravigliosa e un po’ decadente d’inizio Novecento. L’altra è addirittura Karen Blixen.



 

 

 

 
 
 
 

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