Tra cuccioli ci si intende

Tra cuccioli ci si intende

Jeffrey Moussaieff Masson nel suo libro Nel Regno dell’armonia ha scritto: “Ci sono misteri nascosti nel rapporto tra bambini e animali. I primi sembrano percepire qualcosa di fondamentale sugli animali e la loro vita emotiva che gli adulti tendono a dimenticare: avvertono la somiglianza con il loro piccolo essere”. In effetti chiunque osservi i bambini relazionarsi con gli animali non può che confermare questo aspetto: non individuano barriere, anzi si concentrano sulle analogie. Alla base di questa dinamica c’è, ad esempio, la pet therapy – nata negli Stati Uniti agli inizi degli anni Sessanta – che si avvale della presenza di un animale per coadiuvare interventi curativi nella sfera fisica, psicologica o cognitiva. Cosa succede a questa naturale predisposizione infantile, quella che Edward Wilson - fondatore della sociobiologia ‒ ha definito “biofilia” una volta diventati adulti? Perché quegli stessi animali che popolano la vita dei bambini – quando non proprio in carne ed ossa, comunque attraverso richiami continui nei fumetti, nei cartoni animati, nelle favole in cui addirittura antropomorfizzati sono portatori di insegnamenti – improvvisamente diventano qualcosa di estraneo? Cosa fa mutare atteggiamento durante il percorso di crescita?

In questo interessante se pur breve saggio, Annamaria Manzoni – psicologa, psicoterapeuta a contatto con minori in difficoltà o vittime di abusi – affronta un aspetto sociale molto interessante che investe non solo la sfera animale ma che la lega a filo doppio con quella umana. Il nostro normale percorso di crescita prevede spesso che ad un certo punto i bambini siano letteralmente inglobati nel mondo degli adulti compreso il loro approccio spesso schizzofrenico alla realtà degli animali “tanto dichiaratamente amati quanto drammaticamente e crudelmente sfruttati”. Lo sconforto di scoprire che l’amato coniglietto è finito nel piatto assieme alle patate a volte genera ribellione e rifiuto di mangiare quello che fino al giorno prima era visto come un compagno di giochi, ma nella maggior parte dei casi subentra la passiva acquiescenza alle regole dei grandi” tanto che a volte si devono fare i conti con fenomeni di crudeltà contro gli animali da parte di bambini o adolescenti. I bambini non sono naturalmente crudeli con gli animali e quando questo succede è un segno preoccupante perché saranno quasi sicuramente adulti violenti e pericolosi socialmente; non a caso già dal 1987 nel DSM (Manuale dei Disturbi Mentali) la crudeltà verso gli animali è inserita tra gli indicatori di disordini psicologici e psichiatrici. Davvero ci aspettiamo un mondo di adulti non violenti se insegniamo ai nostri bambini a sparare agli uccelli, a parteggiare per un uomo che – frusta in mano - terrorizza un leone, a gioire per la morte di un toro infilzato durante una corrida? “Se i bambini imparano a rispettare i diritti degli animali e a riflettere sul loro dolore e la loro sofferenza allargheranno le loro capacità empatiche” e forse avremo ancora la speranza di un mondo in cui questa empatia racchiuda tutti gli esseri viventi. Un mondo in cui quell’atteggiamento di paura e di rifiuto nei confronti del diverso (sia esso animale o umano) sarà solo un vago ricordo. Un compito davvero importante, una sfida educativa che non possiamo perdere.



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