Tra i castagni dell’appennino

Tra i castagni dell'appennino

Un viaggio in treno fino a Pàvana per incontrare Francesco Guccini e fare due chiacchiere con un mostro sacro, uno dei cantautori più importanti del panorama musicale italiano. Un viaggio lento, da gustare fino in fondo, con il trenino che costeggia la Porrettana, l'antica ferrovia inaugurata nel 1864 da Vittorio Emanuele II che da Bologna arriva fino a Pistoia scavalcando l'Appennino tosco-romagnolo. È così che Marco Aime corona un piccolo sogno nel cassetto: conoscere un mito giovanile e trascorrere qualche giorno a conversare con lui. Ed il piacere inizia già dal viaggio, volutamente compiuto con mezzi lenti; perché – come scriveva Pavese ne La bella estate – il percorso va assaporato: “vai veramente in campagna, prendi i sentieri e costeggi le vigne, vedi tutto. C'è la stessa differenza che guardare un'acqua e saltarci dentro”...

Dall'influenza di Bob Dylan e Pete Seeger sino alle contestazioni degli Anni '70, quaranta anni di musica: la lunga intervista di Marco Aime ripercorre con tono quasi nostalgico gli anni che hanno visto la maturazione di Francesco Guccini non solo come artista, ma anche e soprattutto come uomo. Una vita – a giudizio dei più – dedicata all'impegno sociale e politico, anche se in realtà Guccini, pur ammettendo di aver seguito da vicino il filone iniziato da Jannacci e Fo, non si è mai ritenuto un cantautore politico: “per me scrivere canzoni” afferma “voleva dire raccontare la propria esistenza, le proprie vicende”. Leggendo questa lunga chiacchierata si ha la sensazione di incontrare gli anziani di Pàvana che simpaticamente indicano la casa di Guccini come se fosse il Louvre, di sedere comodamente in poltrona accanto a lui, di ascoltare le meravigliose storie e gli aneddoti curiosi che racconta e che inevitabilmente escono dalla sua bocca come poesia. Di rivivere parte di una vita di uno che “l'eskimo non se lo è mai tolto”, ma che “ha saputo essere controcorrente in modo anche sornione, mai urlato, in un'epoca in cui molti gridavano slogan estremisti di moda allora, per poi finire belli belli a occupare quelle poltrone che volevano abbattere”.



 

 

 

 
 
 
 

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