Tra le infinite cose

Tra le infinite cose
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All’apparenza è una domenica come tante altre, per Kay. La sera prima il pigiama party a casa della sua amica Racky, poi il parco, le biciclette, un film da vedere in TV, il tempo che passa e arriva alle soglie della sera e del ritorno a casa. Kay ha undici anni e abita in un bel condominio nell’Upper West Side di Manhattan insieme ai genitori, Deb e Jack Shanley e a suo fratello Simon di quindici anni. Una famiglia come molte, i problemi di tutti. Eppure quando quel giorno Angel, il portiere, le consegna un pacco per la madre, Kay non può nemmeno lontanamente immaginare quanto le cose siano destinate a cambiare. La scatola contiene decine e decine di fogli, mail, trascrizioni di conversazioni, la prova inequivocabile del tradimento del padre con un’altra donna. La ragazzina, indecisa sul da farsi, sceglie di condividere quel segreto con il fratello, pochi attimi e Simon corre a consegnare tutto a sua madre. L’inizio della fine per Deb, in realtà solo il sigillo su uno stato di cose di cui era già a conoscenza dal Natale precedente quando aveva intercettato una telefonata di Jack alla sua amante. Ma adesso tutto si complica, il fatto che i figli sappiano mette Deb di fronte ad una scelta necessaria e la obbliga a sollevare quella cortina di finzione che aveva accompagnato il suo matrimonio nel corso dell’anno appena trascorso. Jack aveva conosciuto la studentessa di audiologia durante le celebrazioni che seguirono la sua installazione September, in ricordo dell’attentato dell’11 settembre ‒ Jack è un artista molto quotato e apprezzato ‒ sette mesi, del buon sesso, “la ragazza era stato il mezzo per essere un uomo migliore a casa”, come un soldato faceva all’esterno ciò che gli permetteva di mantenere protetto l’interno. Ma a Deb non serve come giustificazione (e come potrebbe?), lei che per Jack ha rinunciato ad una brillante carriera da ballerina, lei che invidia da sempre l’intraprendenza degli altri, adesso si ritrova tradita e commiserata dai suoi stessi figli. Rhode Island sembra essere una soluzione, le vacanze estive sono alle porte, Deb decide di partire e portare con sé Kay e Simon in una vecchia casa vicino a Newport. Anche Jack lascia New York per cercare nuove possibilità di lavoro in Arizona. La famiglia sembra dividersi, le distanze si fanno infinite e anche le fratture non trovano il modo per ricomporsi fino al giorno in cui qualcosa succede e costringe gli Shanley ad interrogarsi sul futuro e su ciò che vogliono che la loro vita continui ad essere…

In molti lo hanno considerato un meccanismo editoriale perfetto e a metterci un po’ di malizia forse potrebbe essere anche così. Prendete una giovane studentessa del corso di scrittura creativa della New York University, prendete il suo relatore di tutto rispetto nella persona di Jonathan Safran Foer, aggiungeteci un romanzo scritto bene e ben orchestrato per contenuti e trama, il tam tam della stampa americana, una vendita all’asta per 200.000 dollari e il gioco è fatto. Tra le infinite cose diventa già a giugno del 2015 il caso letterario dell’anno con critiche entusiastiche che ne fanno in brevissimo tempo uno dei libri più venduti. Inutile dire che, in barba ai detrattori, il talento c’è e si vede. La Pierpont parte da una premessa fin troppo abusata che è quella del tradimento di uno dei due coniugi, ma dà vita ad una storia per nulla banale e ad un lavoro di introspezione sui singoli personaggi che risulta nel complesso perfettamente riuscito. Nella messa in discussione drammatica del potere contenitivo che ha il “guscio-famiglia” di fronte ad un evento del genere, tutti vengono posti sotto una lente di ingrandimento e studiati nelle loro azioni e reazioni. Un’analisi psicologica che riesce bene su Jack, annientato dai sensi di colpa e dalla sottrazione improvvisa dell’affetto dei suoi figli ma che funziona alla perfezione su Deb, restituendo la descrizione ineccepibile di una donna tradita ma non finita, disposta a tutto pur di proteggere Kay e Simon. Eppure dobbiamo riconoscere che è proprio con Kay e Simon che la Pierpont raggiunge l’eccellenza narrativa. Sarebbe stato facile puntare i riflettori solo sui genitori in crisi e sfondare la porta già aperta di un plot consolidato, invece l’autrice sposta la nostra attenzione e partecipazione sui caratteri e le trasformazioni dei due ragazzi di casa Shanley. Ed è qui che la storia prende quota e cresce di interesse perché se è vero che è consueto leggere dei meccanismi che scaturiscono dalle conseguenze di un adulterio ‒ i rimpalli delle responsabilità, il dolore, la rabbia, l’incapacità di perdonare, i tentativi per aggiustare quello che si è irrimediabilmente spaccato ‒ studiare e raccontare cosa succede nella testa di un bambino o di un adolescente è molto più complicato. Attraversare una tempesta come questa quando si è giovani corrisponde a mettere in dubbio tutto un intero sistema di valori ancora in costruzione, ripensare l’idea di nucleo familiare, scegliere obbligatoriamente il posto in cui stare (o non stare). Significa quasi sempre rompere con l’innocenza, crescere troppo in fretta senza avere ancora i mezzi e le potenzialità per farlo. Sono pagine intense in cui camminiamo accanto alle fragilità di tutti i protagonisti, assistiamo ai loro cambiamenti, al modo che scelgono per continuare a credere in un futuro possibile, alle loro fughe dai luoghi di quello che un tempo era stato l’amore condiviso. Un’opera prima non è quasi mai perfetta, eppure qui la perfezione si sfiora in molti tra i numerosi capitoli del libro, un incedere lento ed inesorabile, giocato su flashback che rivelano il giusto senza mai sciogliere la tensione degli eventi. Quella della Pierpont è la generazione americana cresciuta sotto l’ombra lunga degli attentati del 2001, si intuisce ovunque che la dimenticanza è un lusso che non potrà mai permettersi ma è bello pensare che in fondo alla disperazione di ieri ci sia ancora spazio e magia per dar voce a talenti del genere. God bless America!



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