Tra me e il mondo

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Samori ha appena compiuto quindici anni e suo padre decide di scrivergli una lunga lettera: una lettera per tentare di aiutare suo figlio, che si affaccia alla vita con tutta la forza e l’esuberanza di un adolescente, a decodificare il mondo che lo circonda. Ta-Nehisi Coates è nato a Baltimora, una delle città più violente e razziste di tutti gli Stati Uniti. Essere “nero” a Baltimora è vivere in pericolo, sempre. Costantemente. Bisogna di continuo fare i conti con il proprio corpo, con il colore della propria pelle, avere occhi attenti e vigili, non abbassare mai lo sguardo o il livello di attenzione: il pericolo potrebbe essere un cittadino comune o, peggio, potrebbe essere un poliziotto che ti “scambia” per un teppista e decide di pestarti senza mezzi termini. La democrazia americana si fonda, secondo l’analisi di Coates, sulla schiavitù dei corpi degli uomini e delle donne “nere” (o di altra etnia), sulla loro sofferenza, sulla costante ingiustizia che i “bianchi”, possono arbitrariamente esercitare restando, spesso, impuniti. Coates racconta la sua adolescenza, la sua esperienza presso la Howard University a Washington dove ha conosciuto sua moglie e molti dei suoi amici, dove si è formato culturalmente e politicamente: e dove, purtroppo, non sono mai mancati gli episodi di violenza sugli afroamericani. È sul corpo dei neri che si gioca la partita, fondamentale, della democrazia americana. Samori lo imparerà a sue spese quando gli assassini di Michael Brown , freddato alle spalle con dodici proiettili da un poliziotto solo perché ha “rubato” un pacchetto di sigarette, resteranno impuniti. Samori ha atteso a lungo il verdetto del Tribunale e ne resta così profondamente scosso da scoppiare in lacrime…

 

 

Tra me e il mondo è un saggio sul crinale tra l’autobiografia del suo autore, Ta-Nehisi Coates che è editorialista del “The Atlantic” e collaboratore delle più prestigiose testate americane, ma è anche un vero e proprio saggio storico su quella che è la condizione degli afroamericani nella società statunitense. Non è un caso che Ta-Nehisi Coates si rivolga a suo figlio adolescente: nel 2014 uno studio dell’American psychology association ha rivelato che gli statunitensi bianchi attribuiscono in media quattro anni in più ai ragazzi neri che hanno più di dieci anni. I ricercatori hanno anche scoperto che gli intervistati bianchi davano per scontato che i ragazzi neri fossero più spesso colpevoli dei bianchi e degli ispanici, soprattutto nel caso di reati gravi. Avere, dunque, quindici anni è essere in un momento cruciale per la formazione di chiunque ma, molto più delicato se sei un afroamericano. Il lavoro di Coates, che Toni Morrison ha definito “indispensabile”, è molto più di un manuale di comportamento per un adolescente, è un’analisi impietosa sulla società statunitense, sugli abusi che i “bianchi” continuano a perpetrare restando impuniti. La parola che più ricorre nel saggio è “corpo”: come se tutto si fondasse sulla fragilità dei nostri corpi, sulla nostra vulnerabilità fisica e sulle differenze tra l’importanza di un “corpo bianco” e quello di una etnia differente. Leggendolo ho provato vergogna, per essere anche io bianca, anche io privilegiata sempre e comunque: il razzismo è più di una questione di coscienza ma un problema strutturale della nostra società. Tocca a noi, a tutti noi, cambiarlo questo mondo. Coates ci chiama tutti all’appello, a rimboccarci le maniche. Svegliamoci, non abbiamo più tempo.



 

 

 

 
 
 
 

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